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WorkingClassFest
Newsletter 03/2025
Ciao, questa è la newsletter del WorkingClassFest.
Questo mese parliamo di:
Un evento importante: se ci leggete da Pescara e dintorni, questa domenica vi invitiamo alla presentazione del libro Malesangue, storia di un operaio dell’Ilva di Taranto, insieme al suo autore Raffaele Cataldi e all’associazione Per il clima Fuori dal fossile. Trovate i dettagli più giù ↓
Continuiamo poi con la rubrica Te lo racconto Working Class, in cui parleremo del libro di Christina Stead che racconta la storia di una famiglia di classe media, della suo declino economico e della trasformazione delle loro dinamiche di classe.
Infine vi parliamo di un libro che ci ha profondamente colpit3 e che rappresenta un unicum nella letteratura working class italiana: Storia di mia vita di Janek Gorczyca.
Buona lettura!

Il Working Classe Fest e l’associazione Per il clima. Fuori dal fossile sono liete di invitarvi a un evento importantissimo.
Presenteremo il libro Malesangue. Storia di un operaio dell’Ilva di Taranto (Alegre, 2025), un racconto sulle condizioni dei lavoratori e sull’impatto dell’industria siderurgica sulla politica ecologica del paese. Malesangue è una storia di rabbia e amore con dentro calcio, ambientalismo, una comunità e un potente senso di solidarietà.
L’autore tarantino Raffaele Cataldi, operaio dell'Ilva dal 1997 e tra i fondatori del Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti, ha vissuto in prima persona le contraddizioni di una città segnata dalla fabbrica. Scrittore e attivista, nel suo libro dà voce alle storie di chi lavora e resiste tra fabbrica e territorio.
La sua storia non riguarda solo Taranto, ma tutte le città in cui lo sviluppo industriale ha imposto una scelta drammatica tra salario e salute pubblica. Un tema più che mai attuale anche dalle nostre parti.
Vi aspettiamo il 23 marzo alle 17.00 al Teatro Cordova a Pescara per discuterne insieme all'autore

L’uomo che amava i bambini avrebbe dovuto essere ambientato in Australia; così lo immaginava Christina Stead (1902-1983), che si ispirò ampiamente alla sua infanzia per scrivere il romanzo. Fu l’editore americano, Simon & Schuster, a consigliarle di spostare le vicende su suolo statunitense. Era il 1940, ed evidentemente l’interesse dei lettori era più localizzato, meno incline alle stravaganze geografiche. Tuttavia, l’espediente ebbe scarso successo: nonostante il valore letterario, l’universalità del tema e l’originalità nella lingua, il libro fu accolto tiepidamente da critica e pubblico.
Il libro non letto, così si intitola la prefazione alla ristampa del 1965, scritta da Randall Jarrell, poeta e critico che rimase folgorato dal romanzo (paragonava Stead a Tolstoj), e altrettanto sorpreso dal suo insuccesso. Lo stesso accadde a Jonathan Franzen, nel cui saggio d’endorsement per il romanzo, pubblicato nel 2010 sul New York Times, lo scrittore ragiona sui motivi per cui non ha trovato il giusto posto all’interno del canone.
L’uomo che amava i bambini narra, per dirla in termini volutamente semplicistici, la storia di un uomo che amava i bambini. Quest’uomo è Sam, “l’hobbista, il naturalista, il burocrate, il democratico, il moralista, l’ateo, l’astemio per principio, l’ideologo, il sermoneggiante, sentimentale, pudibondo, ipocrita idealista Sam”. Sam è sposato con Henny, una donna che, costretta dalle circostanze a guardare in faccia la miseria, è ormai un grumo di sarcasmo, amarezza e crisi nervose. I bambini sono Louie, la sensibile, goffa, ambiziosa primogenita avuta da un precedente matrimonio, e i cinque figli nati dalla relazione con Henny. Insieme, formano la famiglia Pollit: un nucleo atrocemente normale nelle sue dinamiche violente, nella tenerezza scostumata, nel linguaggio intimo che Stead riesce a restituire con un realismo ineguagliato.
Li seguiamo nella loro lenta discesa sociale ed economica: da famiglia di classe media, impoverita dal numero di bocche da sfamare (e abbrutita dalle litigate incendiarie che scoppiano a cadenza regolare tra i genitori), a famiglia che vive nella piena miseria quando il padre perde il lavoro, la madre è sommersa dai debiti e la morte del ricco suocero, che avrebbe potuto garantire loro un futuro, rivela che quest’ultimo in realtà aveva sperperato tutto il patrimonio. I Pollit si trovano costretti a trasferirsi in un quartiere periferico di Baltimora, in un isolamento paludoso che condividono solo con zanzare e pescatori. La casa è un rudere, ma il padre, ormai disoccupato, coinvolge i figli in vari, fallimentari progetti di ristrutturazione. Il suo rapporto con il denaro è “vago e sentimentale”: di fronte alle difficoltà economiche si rifugia in un diniego ottimista. Per lui, la povertà è solo un contrattempo, qualcosa che supereranno grazie a energia e buona volontà. A pagarne il prezzo più alto sono Henny e Louie: la moglie che si sfinisce nel tentativo di trovare risorse, alternando disperate richieste di credito a vendite di tutto ciò che ha amato nella vita; la primogenita, appena dodicenne, che si sobbarca il peso dei lavori domestici, accollandosi responsabilità che minacciano costantemente di schiacciare i suoi desideri.
Il romanzo familiare diviene una scenografia su cui si stagliano, in primo piano, i personaggi dei genitori e della primogenita, le loro evoluzioni relazionali e interiori. Ma mentre le due donne cambiano all’interno del romanzo, l’uomo che ama i bambini non evolve: resta immobile al centro del proprio regno, attorno a cui gravitano gli altri personaggi. Soprattutto i bambini, su cui esercita un potere assoluto in quanto padre, adulto e narciso. Ingrediente segreto del suo dominio è il sentimentalismo del linguaggio, che Stead restituisce con doloroso realismo: un misto di vernacolare infantile, filastrocche, nomignoli e rimandi interni. Fingendo di porsi allo stesso livello dei bambini, ipnotizzandoli con un vocabolario costruito su misura per loro, Sam riesce a rendersi irresistibile, la lingua zuccherata di una manipolazione che confina pericolosamente con la minaccia.
Ma se c’è una cosa che i bambini fanno, quella è crescere. E allora “Sam si troverà costretto ad amare quelle cose difficili da amare, gli adulti” scrive Jarrell “e poiché ciò gli è impossibile, egli non si dispererà, non cambierà, ma semplicemente si procurerà altri bambini. Degli esseri che sono i fini di questo mondo Sam ha fatto dei mezzi; e quando gli capita di perdere certi pezzi particolari, che sarà mai? – c’è un’abbondanza di altri mezzi al servizio di quell’unico fine che è Sam.”
Se volessimo forzare l’elemento narrativo offerto da Stead, potremmo spingerci a supporre che Sam, metaforicamente parlando, riproduca un modello capitalista: il suo (bi)sogno di dominio è il capitale, che viene alimentato da una forza lavoro costantemente rinnovata. I bambini sono risorse intercambiabili, che possono essere sostituite quando non servono più o quando crescono abbastanza da sottrarsi al suo controllo. Quanto sia difficile districarsi da un “amore” del genere ce lo mostra Louie, che già all’inizio del romanzo non è più una bambina. Con empatia e imbarazzo assistiamo ai modi più disperati con cui cerca di sottrarsi alle ingerenze del padre. Sam non è solo un padre tirannico; è un padrone che maschera il proprio sfruttamento dietro il sentimentalismo e la retorica della famiglia felice. Ma il capitale, come Sam, ha un punto debole: i bambini crescono. E quando lo fanno, smettono di essere strumenti.
S'intitola così l’esordio letterario dello scrittore di origine polacca Janek Gorczyca, un testo di circa 150 pagine in cui l’autore ci trascina in un racconto vivido e ricco di sorprese come solamente 30 anni di vita per strada possono permettere di sperimentare. In una lingua sgrammaticata ed incisiva, che sfugge a qualsiasi tipo di retorica, Janek ci narra cosa significa vivere da senza fissa dimora per strada, impegnato nella ricerca costante di procurarsi un tetto con i pochi mezzi di cui dispone. Una condizione che rappresenta per Janek alternativamente una scelta di vita, frutto della propria volontà, e una situazione cruda da cui è difficile emanciparsi.

Tutto comincia nell’ottobre del 1992, anno in cui Janek Gorczyka arriva a Roma, in seguito ad aver assistito alla dissoluzione dell’Unione Sovietica ed aver partecipato alle lotte sociali per la costituzione della nuova Polonia. Janek non ha una casa ma lavora come fabbro, mestiere appreso in un istituto polacco, frequentato poco prima di arruolarsi nell’esercito. Janek lavora sempre e duramente, così in breve tempo, diventa un punto di riferimento per le persone che abitano alla Torre a Montesacro, un edificio occupato che diventa il rifugio di una piccola comunità costituita da persone di diverse nazionalità. All’interno della Torre la convivenza appare spesso difficile, risulta complicato potersi fidare gli uni degli altri, difatti gli scontri per ottenere il cibo o avere accesso alla corrente elettrica sfociano di frequente in risse violente. Janek racconta di soprusi nati dalla disperazione di individui che si fanno guerra tra loro e cercano di sottomettersi a vicenda. Attraverso un linguaggio schietto, percepiamo nella scrittura di Gorczyca sia la diffidenza nei confronti delle Istituzioni, le quali reprimono con forza oppure cercano di allentare le tensioni intestine elargendo false promesse, sia la gratitudine verso volontari di associazioni che, pur mostrandosi insistenti ed indiscreti, cercano di tendere loro la mano insieme al personale medico delle strutture sanitarie pubbliche. Nonostante Janek non nasconda nelle sue parole la pesantezza che comporta vivere in un clima di violenza, si dimostra sempre accogliente nei confronti di coloro che vivono ai margini e gli chiedono ospitalità.
Tra le difficoltà di mantenere i nervi saldi e resistere psicologicamente alle insidie che si possono creare, spesso racconta dei controlli da parte delle forze dell’ordine e delle sue convocazioni in questura. Circondato dall’affetto dei cani randagi di cui decide di prendersi cura e dall’amore per la compagna Marta, ragazza dalle sue stesse origini che lavora in nero salutariamente come domestica, Janek si mostra sempre ben disposto a colloborare per mantere viva questa piccola comunità. Neppure la lunga relazione con Marta, come spesso accade nella storia del nostro protagonista, sarà esente da contraddizioni e momenti di violenza in cui entrambi saranno allo stesso tempo vittime e carnefici. Se da un lato, infatti, la lunga convivenza per strada li legherà per circa un quarto di secolo, permettendo loro di offrirsi reciproca compagnia e costituendo un punto di riferimento su cui poter contare in ogni circostanza, dall’altro diventeranno anche i rispettivi punching ball su cui sfogare i propri risentimenti e frustrazioni. Il libro di Janek si propone, dunque, come uno specchio di lotta per la sopravvivenza di un uomo, dedito alla fatica del lavoro manuale di artigiano, all’interno di un percorso di vita costellato di innumerevoli momenti complessi, come l’incarcerazione a Rebibbia e la malattia della persona amata, su cui inevitabilmente gravano anche il peso di una società ostile verso coloro che ne minacciano il decoro e spesso incapace di farsi carico delle necessità degli emarginati, degli “irregolari”.
In conclusione, Gorczyca si fa portavoce di un insieme di persone le cui vite si dipanano in sordina, lontano dai riflettori del palcoscenico della fast-life moderna, donando dignità estrema al racconto della “storia della sua vita” che da personale diventa universale e viceversa. Attraverso la sua esperienza denuncia simbolicamente un sistema in cui spesso si fa finta di non vedere, come nel caso dei giacigli precari presenti agli angoli delle strade delle nostre periferie. Colpiscono, in particolar modo, le sue parole: “Se fossi stato debole psicologicamente sarei morto”, poiché riesce a mantenere intatta la sua umanità anche quando descrive con lucidità e, lontano da ogni tentativo di muovere a pietà il lettore, il suo rapporto con l’alcolismo, che gli causerà diversi ricoveri nei reparti psichiatrici e lo porterà, nei momenti di massimo dolore della sua vita, a tentare di porre fine alla sua esistenza.
Il suo racconto termina con la perdita straziante della sua compagna di vita, Marta, la quale si ammalerà di un tumore anche a causa dell’abuso di alcool che hanno fatto entrambi nel corso della loro vita. Una dipendenza definita da lui stesso come una malattia contro cui l’unico rimedio possibile è la propria forza di volontà e che risulta quasi impossibile da attenzionare con minuziosità all’interno di un percorso di cura strutturato, essendo costretti a vivere sempre in condizioni precarie e fatiscenti. A tal proposito, Janek ribadisce a più riprese nel suo racconto che non intende elevarsi a figura di eroe, al contrario afferma con tono poetico e deciso di chi è stato testimone di sopraffazione e brutalità : “Tanti cercano di scappare da se stessi. Impossibile, o accetti o hai perso. (...) Qui voglio finire mio racconto, perché ho sofferto troppo.”