- WorkingClassNewsletter
- Posts
- WorkingClassFest
WorkingClassFest
Newsletter 04/2026
Ciao a tutti e tutte, questa è la Newsletter di aprile del Working Class Fest.
Questo mese vi proponiamo un contributo di Virginia Musso, dottoranda in studi urbani presso il dipartimento di sociologia e ricerca sociale dell’Università degli studi Milano-Bicocca. La sua ricerca si occupa principalmente dell’impatto sui territori sulle lotte di festival come quello della ex-GKN a Campi Bisenzio. Per la nostra newsletter, tuttavia, abbiamo chiesto a Virginia un contributo in un certo senso più personale, sul tema del precariato accademico. Il risultato è una riflessione che mette insieme la sua esperienza personale con una critica ragionata al design di un sistema che paradossalmente sembra aver fatto propri i princìpi della deregolamentazione neoliberista più sfrenata.
Ecco in dettaglio cosa troverete in questo numero della newsletter:
“Per una riflessione sul precariato accademico” di Virginia Musso (tempo di lettura stimato: 10/12 minuti)
Se volete contattarci per scriverci un commento o dei suggerimenti sulla Newsletter, potete farlo sui nostri canali social o per email:
Buona lettura e al prossimo mese!

Negli ultimi anni la parola precarietà è diventata una chiave di lettura del mondo che abitiamo, e la ricerca sulle trasformazioni della precarietà giovanile in Italia realizzata da Scomodo in collaborazione con la Fondazione Friedrich Ebert lo conferma. Da questa emerge come la precarietà sia una condizione trasversale che investe diversi ambiti della vita: dalla difficoltà di accesso alla casa e dai suoi costi proibitivi, all’impossibilità di progettare il futuro – anche in relazione alle crisi politiche e ecologiche che caratterizzano il contemporaneo – fino al lavoro, sempre più segnato da redditi bassi e discontinui. Un punto di osservazione particolarmente efficace per cogliere il funzionamento della precarietà come condizione strutturale – capace di plasmare biografie, possibilità e immaginazione del futuro – è il lavoro di ricerca nelle università italiane, segnato da tre criticità riconosciute trasversalmente dallə giovani ricercatorə fino al personale strutturato.
La prima è lo stipendio basso, spesso non proporzionato al livello di qualificazione richiesto, che incide direttamente sulla qualità della vita. La seconda è la forte mobilità che questo lavoro comporta: contratti brevi, partecipazione continua a bandi, spostamenti tra atenei e città diverse – una flessibilità forzata che rende difficile costruire stabilità e immaginarsi nel lungo periodo. La terza criticità, strettamente interconnessa alla precedente, è la precarietà contrattuale: a oggi, circa il 42% del personale universitario è composto da figure non strutturate e precarie, tra assegnistə e ricercatorə a tempo determinato. A questo si aggiunge una dimensione culturale non secondaria: la persistente rappresentazione del lavoro accademico – e più in generale del lavoro culturale – come vocazione individuale legittima l’idea che si debbano accettare delle condizioni contrattuali sfavorevoli per perseguire il proprio “sogno”, secondo una logica del sacrificio e del merito. Tutto ciò genera un clima di competizione e stress, spesso associato a fragilità psicofisica e burnout.
Questa condizione strutturale è stata ulteriormente aggravata da una serie di politiche pubbliche che hanno consolidato la riduzione delle risorse per l’università. I tagli al Fondo di finanziamento ordinario (FFO) e le misure delle recenti leggi di bilancio hanno progressivamente ristretto i margini di funzionamento del sistema. Secondo i dati della Flc Cgil (Federazione lavoratori della conoscenza), l’università italiana risulta sottofinanziata di circa un miliardo di euro e nel solo 2024 i tagli al FFO hanno raggiunto circa 419 milioni. Il quadro descritto ha conseguenze dirette sul lavoro accademico quotidiano: meno risorse significa meno assunzioni strutturate, maggiore competizione per fondi esterni e crescente dipendenza da contratti temporanei.
A ciò si aggiunge che la legge di bilancio 2025, oltre a prevedere ulteriori tagli per circa 700 milioni nel triennio ai fondi del Ministero dell’Università e della Ricerca, ha introdotto un blocco del turnover al 75%, limitando la possibilità di sostituire il personale che va in pensione. Questo significa che quando si liberano posizioni, queste non possono essere interamente ricoperte. Il risultato è un imbuto da cui sempre meno persone riescono a uscire con un contratto stabile. In questo contesto si inserisce anche la cosiddetta riforma del pre-ruolo promossa dalla Ministra Bernini, che prevede una riorganizzazione delle carriere accademiche iniziali attraverso la moltiplicazione di figure contrattuali a tempo determinato e l’introduzione di forme di collaborazione già durante il percorso di laurea, ampliando ulteriormente il perimetro della precarietà.
In questo quadro critico, il dottorato occupa una posizione particolarmente ambigua, per cui , si viene spesso percepitə come studentə e non come lavoratorə. Chi svolge un dottorato è iscrittə alla Gestione Separata INPS come parasubordinatə, versa i contributi e percepisce un reddito mensile, erogato però sotto forma di borsa di studio. Questo inquadramento che contribuisce a mantenere una certa ambiguità tra formazione e lavoro. Essere in questa zona grigia ha effetti concreti, come l’esclusione da misure di welfare destinate a chi è formalmente riconosciuto come lavoratorə. Ad esempio, alcuni mesi fa ho fatto richiesta per accedere al “Sostegno affitto per giovani lavoratori” del Comune di Milano, città famosa per il suo costo della vita ormai proibitivo. La mia richiesta è stata respinta perché, cito testualmente: “La sua tipologia di collaborazione non è un rapporto di lavoro, ma una relazione di apprendimento e formazione professionale finalizzata a orientare e inserire una persona nel mercato del lavoro”. Non c’è bisogno di spiegare come, oltre a essere economicamente penalizzante, questo approccio istituzionale sia anche profondamente infantilizzante e paternalistico nei confronti della categoria.
Tutto questo – salari bassi, tagli, precarizzazione crescente – si inserisce nel più ampio contesto capitalista e ha conseguenze molto serie sulla qualità della ricerca e della didattica. Nel suo libro Il nostro desiderio è senza nome, Mark Fisher racconta come molte delle innovazioni della musica pop britannica tra gli anni Sessanta e Novanta siano state rese possibili anche da forme indirette di sostegno pubblico, come l’edilizia popolare, i sussidi di disoccupazione e le borse di studio. Al contrario, il rincaro dei prezzi degli immobili e il progressivo smantellamento del welfare negli ultimi decenni hanno contribuito al conservatorismo culturale dominante nel Regno Unito e negli Stati Uniti. Fisher scrive: “L’era neoliberista (l’epoca in cui, ci viene ripetuto di continuo, non esiste alternativa) è stata caratterizzata da un massiccio deterioramento dell’immaginazione sociale, da un’incapacità anche solo di concepire modi diversi di lavorare, produrre e consumare”. Se il costo della vita aumenta, il lavoro è instabile e il futuro è opaco, diventa sempre più difficile non solo vivere, ma anche immaginare socialmente, come collettività, delle alternative.
Eppure, la stagione diffusa di mobilitazioni che si è sviluppata in risposta alle misure descritte sopra mostra che questa condizione non è stata accettata passivamente. Queste azioni sono state promosse da reti che negli ultimi anni si sono consolidate e rafforzate: tra le più attive, insieme ai collettivi universitari locali, le Assemblee Precarie Universitarie (APU), l’Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca Italiani (ADI), ReStrike–Coordinamento nazionale precariə della ricerca. Si tratta di realtà composte da ricercatorə e lavoratorə precariə dell’università, attive a livello nazionale nella difesa dei diritti e nel miglioramento delle condizioni di lavoro in accademia. Queste reti agiscono anche in collaborazione con parte del movimento sindacale, in particolare con la Flc Cgil, contribuendo a costruire spazi di rivendicazione comune tra lavoro accademico e non. Queste pratiche di convergenza – come insegna l’esperienza del Collettivo di Fabbrica GKN – mostrano la necessità di creare alleanze più ampie tra contesti spesso frammentati.
Nel 2025 si sono susseguite assemblee, stati di agitazione e giornate di sciopero in numerosi atenei: dall’assemblea “90%” alla Sapienza del 25 ottobre, agli stati di agitazione a Roma Tre del 20 dicembre, e più indietro l’assemblea nazionale precaria di Bologna del 7-8 febbraio, la mobilitazione del 20 marzo e lo sciopero precario del 12 maggio. Queste mobilitazioni hanno contribuito a sospendere – ma non a ritirare – la già nominata riforma del preruolo promossa dalla Ministra Bernini, dimostrando una capacità concreta di incidere sui processi politici. A tal proposito vale la pena ricordare come, negli anni, l’ADI abbia ottenuto alcuni risultati sul piano delle tutele, tra cui l’estensione dell’applicazione della DIS-COLL (indennità di disoccupazione mensile per collaboratori coordinati e continuativi) aə dottorandə: una forma di sostegno al reddito che, pur con molti limiti, rappresenta un primo riconoscimento della natura lavorativa di questo impiego. In questo senso, le reti e le mobilitazioni universitarie hanno compiuto un primo passo verso una trasformazione collettiva, nonostante la strada da percorrere sia ancora molto lunga.