WorkingClassFest

Newsletter 05/2026

Ciao a tutti e tutte, questa è la Newsletter di maggio del Working Class Fest.

Ecco cosa troverete in questo numero della newsletter:

  • Recensione di “I buoni” di Luca Rastello (tempo di lettura stimato: 5 minuti)

  • Recensione di “Notes from a Working-Class Playwright” di Leo Butler (tempo di lettura stimato: 10/12 minuti)

Prima di descrivervi in dettaglio il contenuto della newsletter, un piccolo annuncio: il Working-Class Fest parteciperà con un workshop di scrittura working class all’interno della quarta edizione della manifestazione LibriGanzi a Gagliano Aterno (Aq), il prossimo 28 giugno. Il festival costruisce ogni anno riflessioni alternative e condivise sui temi dell'abitare, del lavoro, delle energie, delle comunità, dei servizi e sulle azioni possibili per creare migliori condizioni di vita e benessere nelle aree interne e oltre. Il programma 2026 di LibriGanzi è molto ricco e prevede trekking, presentazioni, mostre artistiche, concerti, stand e degustazioni.

Per tornare alla nostra newsletter, questo mese usciamo con due recensioni a cura del collettivo. Il primo è una recensione del romanzo I buoni (Chiarelettere, 2014), di Luca Rastello, scrittore e giornalista scomparso prematuramente nel 2015. Il romanzo è una critica lucida e spietata al modo in cui il lavoro nel settore delle Onlus e delle ONG è stato piegato in epoca neoliberista a logiche di profitto che contraddicono in pieno la missione stessa del settore. Vittima di queste logiche sono prima di tutto lavoratori e lavoratrici in larga parte animati dalla volontà di migliorare le conidizioni di vita di chi sta peggio di loro e usare la loro forza lavoro fuori dalle logiche di mercato nelle quali si trovano poi paradossalmente stritolati.

Il secondo contributo si intitola Come si diventa scrittori working class? Recensione di Notes from a Working-Class Playwright di Leo Butler, e recensisce un recente manuale di scrittura creativa dell’autore teatrale inglese Leo Butler, che ha il merito di porsi e di provare a rispondere alle difficili domande sull’impatto dell’estrazione di classe nella carriera letteraria e teatrale di artisti e artiste emergenti.

Vi ricordiamo che se volete contattarci per scriverci un commento o dei suggerimenti sulla Newsletter, potete farlo sui nostri canali social o per email:

Buona lettura e al prossimo mese!

Quando Luca Rastello dà alle stampe il libro I buoni, uscito per Chiarelettere, è il marzo 2014. Forse lo sa che sarà la sua ultima opera, ha un cancro che lo divora da anni con tortuosi saliscendi, e quello che è “soltanto” il suo secondo romanzo ha i toni duri della requisitoria, la lucidità feroce di chi sta per andarsene, un’assenza di speranza che è solare, nel senso che brucia.

A leggerlo adesso si ha la tentazione di definirlo profetico, ma I buoni è un romanzo attualissimo perché purtroppo è la realtà che descrive a non cambiare. Quella delle onlus, delle organizzazioni non governative, delle realtà associative, di chi appunto è per definizione una persona buona, e sta dalla parte del bene. Siccome fare del bene è un’attività lodevolissima, vorremmo mica rovinarla sottoponendola alla logica del profitto? Che invece, poi, è ciò che succede col variegato mondo no-profit. Dove basta dichiarare di essere refrattari al sistema capitalistico, senza che poi a tale proclama segua l’azione concreta e quotidiana. Ma nutrirsi di verità apodittiche è malsano, come denuncia bene Luca Rastello raccontando la storia di Aza, una ragazza che fugge da un’esistenza terribile, tra le fogne e la miseria, per approdare in Italia grazie al supporto di Andrea, personaggio nel quale è facile identificare lo stesso autore, dove la stessa Aza verrà a contatto con le ipocrisia della retorica del bene. Ancor più facile è identificare il vero protagonista del romanzo, quel don Silvano che in realtà è don Luigi Ciotti, noto con la definizione di prete antimafia. Un’etichetta che a Silvano/Ciotti sta in stretta, perché il sacerdote sin da subito sfoggia nel romanzo quella dialettica ampollosa e forte che la società civile italiana ha imparato a conoscere anche nella realtà. Come è noto, don Ciotti ha fondato più di 30 anni fa l’associazione Libera, di cui Rastello è stato animatore instancabile nei primissimi anni di vita.  

Poco importa, a distanza di così tanto tempo, cercare di distinguere il vero dal verosimile dall’invenzione, perché in fondo le vicende raccontate in questo libro sono diffusissime, ancor di più oggi che il terzo settore sta mettendo una pezza alla deindustrializzazione del Paese: i trucchetti del linguaggio per continuare a tenerti sotto scacco (di fronte alla richiesta di un contratto, allo stesso Andrea viene detto “guarda lui, lui lavora qui da tre anni e non ha mai chiesto un soldo, ci mette testa, ci metta la faccia, e non chiede”), la colpevolizzazione passivo/aggressiva verso chi richiede porzioni di vita che non siano assoggettate al lavoro, l’opacità di orari e paghe e mansioni. Come scrisse lo stesso Rastello in risposta a Nando Della Chiesa, presidente onorario di Libera che lo aveva aspramente criticato, “quel che racconto ne I buoni è vero di tantissime realtà organizzate, antiche come il Pci e Lotta Continua, così come contemporanee”. Particolarmente significativo è il paragrafo nel quale vengono intrecciate l’omelia accalorata e caritatevole di don Silvano per alcuni lavoratori morti in un’acciaieria con il cinismo degli amministratori della onlus, in cui ad esempio si dichiara con sicumera che si vincerà un appalto perché “paghiamo di meno il personale”. D’altra parte già nel 2004 Giovanni Lindo Ferretti cantava con i PGR che “posso essere perplesso se chi fa il volontario ci guadagna un salario … un volontario senza eccesso di zelo fa gratis che gli può e gli par zero”.

Più che uno scrittore working class Rastello è uno scrittore da impegno civile, eppure I buoni riesce bene a mettere a nudo il contesto lavorativo e le dinamiche di sfruttamento, grazie all’esperienza in prima persona che viene poi supportata dalla resa narrativa. In questo senso Rastello si avvicina al Luciano Bianciardi della cosiddetta “trilogia della rabbia” (Il lavoro culturale, L’integrazione, La vita agra): all’assenza totale di disincanto ironico, che per Biancardi è invece un’ancora alla quale aggrapparsi per non affogare nel mare della disperazione, fa da contraltare una potenza stilistica che non lascia scampo. Si è detto nel corso del tempo che il romanzo è troppo unidirezionale, perché sceglie di non dare spazio alle tante azioni e alle tante pratiche meritorie che il mondo no-profit comunque porta avanti ogni giorno, con difficoltà e lealtà, pur con le inevitabili contraddizioni. In realtà il limite maggiore, almeno a parere di chi scrive, è di dare per acquisita l’individualizzazione che tale tipo di sfruttamento comporta. Ne I buoni non c’è spazio neppure per una diserzione felice, perché sia chi va via che chi resta comunque soccombe alla retorica del bene. E invece altre strade sono sempre praticabili. Sembra dirlo lo stesso Rastello, in un passaggio di una mail recuperata dal sito Minima et Moralia, dove affermava di aver accettato l’idea di “essere un perdente del potere, senza potere e senza desiderio del potere, un senso anche fatto semplicemente di bellezza e di capacità di darsi il tempo per la bellezza”. Uno che scrive così, in un semplice scambio privato, non può accettare l’idea di essere sconfitto dai buoni.

Quando si parla di letteratura prodotta dalle classi popolari non si possono trascurare due aspetti molto importanti della questione: come si impara a scrivere e come si sostiene una carriera nel mondo letterario. Molti aspiranti scrittori e scrittrici sono capaci di produrre lavori che riscontrano interesse e apprezzamento. Tuttavia spesso quello che manca è proprio un apparato culturale e economico per sostenere autori emergenti.

Per accedere alla professione letteraria bisogna in qualche modo fare la gavetta: farsi pubblicare e notare da riviste indipendenti prima ed editori minori poi, fino poi a sviluppare i contatti e una rete di collaborazioni ampia abbastanza da raggiungere le piattaforme mainstream. Per il teatro e le arti performative il discorso è pressoché uguale: si parte da festival indipendenti e da performance non pagate o pagate poco per poi entrare nel mirino di produttori più influenti. Ma se una persona non ha i mezzi per sostenersi economicamente per anni e anni di gavetta o non ha contatti per avviare immediatamente questa carriera, cosa succede? E nei casi in cui autori e autrici di estrazione popolare riescono ad accedere al mondo letterario, cosa hanno da consigliare a scrittori emergenti?

Guardando nello specifico alla scrittura per il teatro, il drammaturgo inglese Leo Butler affronta la questione di come il discorso di classe e lo sviluppo della professione artistica si intersecano. Il suo recente manuale di drammaturgia “Notes from a Working-Class Playwright” è un memoire personale tanto quanto una guida alla scrittura creativa. Di fatto, l’inizio del saggio di Butler non è molto ortodosso per gli standard dei manuali di scrittura drammaturgica o cinematografica, dei quali il mercato editoriale è tra l’altro pieno. Dalle prime pagine di questi manuali di solito ci si aspetta una dissertazione sull’importanza della scrittura per la scena o per la telecamera; magari il resoconto di un qualche episodio biografico che renda la prospettiva di scrivere un dialogo drammatico più romantica ed eccitante. Butler, invece, apre il suo libro con una dettagliata descrizione di una crisi psicologica avuta intorno ai vent’anni in conseguenza dell’abuso di droga e di problemi di salute mentale, una crisi culminata in allucinazioni di creature mostruose.

Nonostante la forma alquanto inusuale, il testo di Butler fornisce tutti gli elementi che ci si aspetterebbe da un manuale di scrittura. Anche questa divagazione così singolare su un episodio della propria giovinezza è in realtà uno spunto per discutere del modo in cui le proprie esperienze personali possono essere rielaborate nella scrittura scenica. In questo caso, Butler rivela che questo episodio biografico fornì l’ispirazione per “I’ll be the Devil” (Royal Shakespeare Company, 2012). In questo dramma storico, ambientato nell’Irlanda coloniale del Settecento, i sintomi dell’ostracizzazione sociale della popolazione colonizzata si rendono manifesti in una serie di allucinazioni di demoni raccontate da Dermont – un ragazzo nato dalla convivenza tra una donna irlandese e un ufficiale dell’esercito inglese, anch’esso di origini irlandesi. Butler fornisce questo esempio per dimostrare come il proprio vissuto può trovare numerose forme di resa nella scrittura e come anche le esperienze che siamo meno inclini a vedere come rilevanti o interessanti possono in realtà nutrire il processo creativo.

Notes from a Working-Class Playwright contiene una serie di esercizi di scrittura drammatica che vanno dalla strutturazione della scena fino al superamento del blocco creativo. Allo stesso tempo, Butler espone delle linee guida utili a gestire il coordinamento con registi, attori e produttori teatrali e per capire come approcciare questa o quell’altra realtà di lavoro creativo e diversi tipi di pubblico. In tutto questo, Butler è molto trasparente nel descrivere i limiti e le sfide materiali incontrati nel suo percorso professionale. Si parte dalla graduale svalutazione finanziaria delle professioni creative nel teatro, che sono pagate poco e saltuariamente ma fruttano enormi profitti per i grandi produttori, per poi andare a parare sul modo in cui sussidi pubblici per la disoccupazione e diversi programmi di avviamento professionale hanno permesso all’autore stesso di conseguire una carriera nel teatro mainstream. Del resto, Butler è un drammaturgo affermato con anni di esperienza e produzioni alle spalle, anche con grandi compagnie come la Royal Shakespeare Company e il National Theatre inglese.

Alle sue credenziali come autore, Butler unisce anche la sua significativa esperienza come insegnante di drammaturgia. Per diversi anni, egli ha infatti insegnato drammaturgia come parte del programma di sviluppo creativo del Royal Court Theatre di Londra, il teatro universalmente riconosciuto come la piattaforma di incubazione della nuova drammaturgia britannica. I metodi proposti da Butler sono di provata efficacia e hanno portato numerosi drammaturghi a sviluppare lavori di grande risonanza culturale nel contesto britannico. Allo stesso tempo, il suo manuale introduce delle importanti riflessioni sul mondo della drammaturgia e su cosa significa voler scrivere per il teatro nel contesto odierno.

Butler non dipinge un’immagine rosea del mondo del teatro contemporaneo. Riferendosi alla scena inglese nello specifico, egli non ha paura di evidenziare criticità rispetto al classismo diffuso, ma non esplicitamente riconosciuto nell’ambiente culturale inglese. Allo stesso tempo, egli adotta una prospettiva incoraggiante verso quei nuovi scrittori che abbiano desiderio di cimentarsi nella drammaturgia. Questo grado di onestà nel descrivere i limiti e la natura classista dell’industria culturale è di fatto abbastanza inusuale per dei manuali di scrittura. Butler non prova a vendere speranze assieme al suo manuale; né prova, come altri autori di manuali simili, a rigirare la frittata.

Butler non dà una risposta definitiva, e nemmeno una semplice. Notes from a Working-Class Playwright si propone come un metodo per la pratica della scrittura drammatica, avvertendo anche dei numerosi ostacoli che si incontreranno sul percorso. Con questa premessa, il testo, direttamente e indirettamente, suscita numerose riflessioni sul ruolo dell’espressione creativa nella società contemporanea, e su quanto l’accesso ad essa sia limitato all'atto pratico. Allo stesso tempo, non scoraggia la volontà di esprimere i propri impulsi creativi, fornendo invece numerosi consigli utili su come farlo. Il lavoro di Butler lamenta del progressivo isolamento delle classi subalterne dal teatro e dalla cultura. Però stende anche una mano a tutte le persone di estrazione popolare che vogliono manifestare il proprio desiderio creativo, con dovuta attenzione al proprio contesto di lavoro e alle possibilità materiali che sono realmente accessibili.

L’accesso alle arti per la classe lavoratrice è forse qualcosa che non può essere vinto dalla pubblicazione di un singolo libro o dalla messa in scena di un singolo spettacolo. Tuttavia, la creazione di spazi culturali gestiti e coordinati sulla base dell’organizzazione di classe sarà essenziale per immaginare una società e una cultura genuinamente democratica e rappresentativa. Manuali come quello di Leo Butler forniscono spunti preziosi per costituire questi spazi culturali.