WorkingClassFest

Newsletter 06/2024

Ciao, questa è la newsletter del WorkingClassFest.

Questo mese parliamo di:

  • Morire d’Appalto. Il nuovo caporalato

  • Te lo racconto Working Class - L’autosociobiografia di Annie Ernaux 

  • Qualche consiglio

Questo mese, grazie al contributo di Claudia Candeloro, avvocata del lavoro, vi condividiamo un articolo sul sistema degli appalti, in cui ci spiega cosa comporta questo sistema e del perché sta diventando una trappola mortale per i lavoratori.

Iniziamo anche una nuova rubrica: “Te lo racconto working class”. Qui raccontiamo e analizziamo libri, film, opere o autric* cercando di evidenziarne la prospettiva working class, laddove, secondo noi, non è stata portata alla luce.

Infine vi consigliamo tre libri che ci sono piaciuti molto usciti negli ultimi mesi

Morire d’appalto. Il nuovo caporalato

Il lavoro è l’elemento che caratterizza la maggior parte delle vite di tutte e tutti noi. Eppure, questo stesso elemento, quello che occupa gran parte del nostro tempo, sembra non avere alcuna rappresentazione, alcuna visibilità nello spazio pubblico. Come se non esistesse.

E se, a livello pubblico, il lavoro e chi lavora non esiste, tanto meno esistono i problemi e le criticità – se non addirittura le frodi e lo sfruttamento – che caratterizzano strutturalmente questo mondo.

Appare, allora, opportuno soffermarsi su una problematica che chi lavora – specialmente nei settori produttivi e logistici – conosce molto bene ma che, incredibilmente, non ha alcuna rappresentazione: ci riferiamo alla questione degli appalti, ovvero allo strumento giuridico che, più di tutti, negli ultimi vent’anni ha contribuito alla precarizzazione e all’impoverimento del mondo del lavoro.

Sfatiamo subito un mito: spesso, quando si parla di appalti, si pensa ai soli appalti pubblici e alla problematica dei subappalti, come se il problema riguardasse i soli lavori affidati dalla pubblica amministrazione. Non è così. 

La problematica degli appalti riguarda, oggi, specialmente il settore privato e l’assenza quasi totale persino della consapevolezza di un tale problema è ciò che permette a migliaia di imprese di servirsi del lavoro di milioni di persone ad un costo molto inferiore rispetto a quello che sarebbe loro dovuto.

Facciamo, quindi, ordine, e partiamo dal principio: di cosa parliamo quando parliamo di appalti di lavoro? E quando quella che è nata come forma contrattuale utile alla realizzazione di opere concrete (case, strade, ponti ecc.) è diventata il mezzo per eludere le norme poste a tutela di lavoratori e lavoratrici?

È presto detto: il contratto di appalto, che astrattamente avrebbe ad oggetto la realizzazione di un'opera o di un servizio da parte di un'impresa a favore di un committente che non ha i mezzi imprenditoriali per realizzare da sé una tale opera o un tale servizio, si è trasformato nello strumento giuridico utile a liberare l'impresa che effettivamente si serve e gode delle prestazioni dei lavoratori dagli oneri legati alla gestione (e al pagamento) dei lavoratori stessi.

In che modo? L'impresa che ha bisogno delle prestazioni lavorative, piuttosto che assumere direttamente – come pure dovrebbe – i lavoratori di cui ha bisogno, accollandosi i relativi costi amministrativi ed economici, stipula un contratto con un'altra impresa – spesso di dubbia consistenza e/o credibilità – in cui il servizio dedotto è esattamente...la fornitura del lavoro necessario affinché la prima possa produrre!

Nei fatti, assistiamo ad una scissione tra chi si serve (e guadagna) dal lavoro dei dipendenti e chi, invece, si assume la responsabilità riguardo ai pagamenti loro dovuti e alla stabilità dei loro rapporti di lavoro; nel mezzo, i lavoratori che, se da un lato sono utilizzati nell'ambito dell'organizzazione imprenditoriale dell'impresa committente, dall'altro possono rivolgersi solo all'appaltatrice per le loro richieste retributive e per eventuali problematiche, e ciò nonostante sia in effetti la prima a guadagnare...dal loro lavoro!

Ma quali sono i vantaggi per le imprese che, ormai in maniera pressoché strutturale, utilizzano tale strumento per liberarsi delle problematiche (e per scaricare i costi) del lavoro di cui esse necessitano?

Per rispondere ad una tale domanda, va probabilmente ricordato che, nella stragrande maggioranza dei casi, le imprese appaltatrici, quelle a cui le aziende committenti affidano la gestione del proprio lavoro dipendente mascherandolo come acquisizione di un servizio, sono società senza alcuna struttura imprenditoriale, alcun know-how e alcuna stabilità.

In questo senso, dato il loro brevissimo ciclo vitale e la presenza di prestanome o “teste di legno” quali rappresentanti legali, esse non hanno alcun tipo di remora a violare sia le prescrizioni nei confronti dei lavoratori dipendenti che quelle nei confronti del fisco, fungendo da comodissimo schermo per le aziende committenti, che ben possono fingere di “non sapere”.

In questo senso, tipicamente le “imprese” appaltatrici applicano ai propri dipendenti contratti collettivi deteriori rispetto a quelli che, invece, le aziende committenti applicano ai propri lavoratori diretti, con corresponsione di retribuzioni molto più basse rispetto a quelle che ad essi spetterebbero se fossero assunti, come loro diritto, direttamente dall'impresa che li utilizza.

Non solo: non avendo né alcuna esperienza nel settore, né alcuna effettiva struttura imprenditoriale – e tanto meno avendo risorse e/o interesse ad investirle – le imprese appaltatrici non garantiscono ai propri lavoratori alcuna reale misura di sicurezza sul lavoro, con la consapevolezza che esse, nei fatti, potranno facilmente sparire laddove ci fossero problemi, così puntando sul solo risparmio a breve termine a danno dei lavoratori, come tristemente gli eventi quotidiani di infortuni, anche mortali, tra i dipendenti in appalto ci dimostrano.

Ma non è tutto: forse ancor più gravemente rispetto al trattamento riservato ai lavoratori, vittima designata di un tale sistema è il fisco, e dunque la collettività tutta. In effetti, utilizzando il sistema del contratto di appalto al posto dell'assunzione diretta dei lavoratori dipendenti, l'impresa committente, oltre a poter diminuire la propria base imponibile IRAP, riceverà dall'impresa appaltatrice una fattura, alla quale sarà applicata la maggiorazione a titolo di IVA che la prima impresa potrà detrarsi dall'IVA che dovrà essa stessa versare.

Sarebbe, poi, onere dell'impresa appaltatrice quello di riversare l'IVA incassata allo Stato; tuttavia, in ragione della diffusa fraudolenza tra le aziende appaltatrici, molto spesso tale IVA non viene corrisposta al Fisco, il quale, successivamente, non riuscirà a recuperare una tale evasione da un'impresa che sarà nel frattempo scomparsa nel nulla.

Come definire un tale fenomeno di schermatura tra l'effettivo utilizzatore delle prestazioni lavorative e il formale datore di lavoro, che tanti problemi porta sia ai dipendenti che all'intera collettività? A nostro parere, il termine giusto è quello di caporalato, con la presenza di intermediari che lucrano sul solo deterioramento delle retribuzioni e delle condizioni dei lavoratori, dando in cambio alle aziende committenti l'impunità con riferimento sia a tali misere condizioni, sia alle evasioni ed elusioni messe in atto nei confronti del Fisco.

Il caporalato non è un fenomeno nuovo nel nostro paese, anche se quello odierno si sviluppa nelle fabbriche e nei magazzini, oltre che nelle campagne, e si copre con la costruzione di (finte) strutture societarie; tuttavia, se negli anni 60 il fenomeno era ben compreso, e una delle prime leggi sul lavoro emanate nella Repubblica Italiano fu esattamente quella tesa a vietare ogni forma di intermediazione sul lavoro, oggi il fenomeno sfugge totalmente alla nostra consapevolezza, oltre che al dibattito pubblico.

Eppure, basterebbe una riga di legge per restituire giuste retribuzioni ai lavoratori, effettive condizioni di sicurezza sul lavoro e restituire al fisco quanto ad esso spetterebbe: basterebbe, cioè, reintrodurre il divieto, abolito nel 2003, di ogni forma di schermatura del lavoro dipendente e, dunque, vietare il contratto di appalto per la fornitura delle prestazioni di lavoro necessarie alla produzione delle aziende committenti.

Una riga di legge senza alcun onere per lo Stato, e si restituirebbe dignità al mondo del lavoro.

È una battaglia che qualcuno ha il coraggio di fare?

L’autosociobiografia di Annie Ernaux

“Quando ciò che è taciuto viene portato alla luce, diventa politico”. 

Con queste parole, scritte per il discorso pronunciato per il Premio Nobel del 2022, la scrittrice francese Annie Ernaux riassume quella che è probabilmente la qualità più distintiva della sua letteratura: posizionare ogni singolo gesto della sua vita privata dentro un quadro sociale e collettivo. Eppure, Annie Ernaux è stata spesso collocata, specialmente in Italia, nel campo delle scrittrici biografiche e che scrivono della condizione femminile. Queste definizioni non sono false, tuttavia omettono una parte della storia, mentre forse ne raccontano una molto interessante sulle categorie percettive della critica e dell’industria editoriale del nostro paese. Se Ernaux fosse soltanto una scrittrice di memoir o di romanzi femministi, non ci si spiegherebbe come mai l’autrice stessa abbia voluto coniare il termine autosociobiografia per descrivere i suoi scritti. Il termine, coniato dall’autrice dopo aver scritto Il Posto (L’Orma, 2014) fa riferimento a un’idea di autobiografia che deve essere anche sociologica, deve offrire una scrittura fotografica del reale. Non più un “Io” che guarda il mondo esterno dalla propria intimità, ma pronomi personali che si muovono sempre in uno spazio pubblico. 


Dunque, cosa fa di una qualsiasi autobiografia un’autosociobiografia? Nel romanzo Una donna, (L’Orma, 2018) Ernaux definisce la sua scrittura come “un qualcosa tra la letteratura, la sociologia e la storia”. Il concetto è sicuramente debitore delle riflessioni sull’autosocioanalisi del sociologo Pierre Bordieau: in parole povere, Bordieau sostiene che ogni ‘Io’ che prende la parola in una narrazione deve essere posizionato socialmente, ossia è necessario indagare le condizioni materiali e culturali che ne determinano la posizione sociale. L’enfasi si sposta dalle caratteristiche di unicità che vengono comunemente associate al pronome ‘Io’ alle costanti sociologiche che permettono di distinguere tra vari ‘Io’, posizionati in maniera differente tra loro. Una delle conseguenze più paradossali di questo concetto, quando lo si applica a un romanzo autobiografico, è la fine dell’illusione dell’unicità dell’Io. Ernaux stessa è esplicita a riguardo: ha spesso affermato di non sentirsi affatto unica, ma di considerarsi un campione di genere umano. Con buona pace del mito dell’originalità, tuttora vivo nonostante decenni di certificati di morte emessi dalle università di mezzo mondo. Per tornare alla domanda sull’autosociobiografia, sempre nel suo discorso in occasione del premio Nobel, Ernaux spiega che quando finalmente si porta alla luce ciò che è taciuto, ovvero le “relazioni di potere legate alla classe sociale e/o alla razza, ma anche al genere, e che sono percepite solamente da coloro che fanno diretta esperienza del loro impatto, emerge la possibilità di un’emancipazione individuale, ma anche collettiva”. 


Crediamo che proprio in queste ultime parole sia racchiusa la differenza tra l’autobiografia e l’autosociobiografia:  Ernaux scrive per raccontare una storia specifica che non è universale, ma comune a molte persone. La scrittrice ha affermato spesso di scrivere “per vendicare la mia gente”: le escluse, i dominati e i poveri, e per fare ciò è arrivata col tempo a usare quello che ha definito un “io transpersonale” (je transpersonnel). Per Ernaux “Io” è un pronome che ha a che fare con un’altra persona, addirittura con una collettività, e con una storia che non è prettamente autobiografica, ma sociale e famigliare, e questo fa senza dubbio di lei una scrittrice working class. 

Qualche consiglio

Sono usciti vari libri interessanti negli ultimi mesi, qui ve ne consigliamo tre che ci sono piaciuti particolarmente e che magari recensiremo in futuro.

Come ho ucciso Margaret Thatcher di Anthony Cartwright, disponibile sul sito di Edizioni Alegre, è un libro straordinario che narra di un ragazzino delle midlands che cresce accompagnato dall’incessante sottofondo televisivo della voce di Margaret Tatcher, l’aguzzina della working class britannica, in un territorio brutalizzato dalla chiusura delle fabbriche e dalla povertà che dilaga senza freni.

Un altro libro che ci ha colpito è Storia di mia vita di Janek Gorczyca, edito da Sellerio. La storia è quella di un uomo polacco che vive per trent’anni a Roma e ripercorre la sua vita, dai primi anni in Polonia durante la dittatura sovietica fino al suo arrivo in Italia e le difficoltà che ha dovuto affrontare vivendo per strada.

Infine, vi consigliamo il nuovo libro di Didier Eribon, edito L’orma Editore,  intitolato Vita, vecchiaia e morte di una donna del popolo. Un lucidissimo spaccato degli ultimi giorni di vita della madre dell’autore in una casa di riposo. Una riflessione sulla vecchiaia, sulle case di riposo e su cosa vuol dire per una donna anziana working class affrontare il proprio decadimento.