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WorkingClassFest
Newsletter 02/2026
Ciao a tutti e tutte, questa è la Newsletter di febbraio del Working Class Fest.
Proseguiamo l’anno nuovo proponendovi due articoli molto diversi tra loro; del resto parlare delle classi lavoratrici da più punti di vista per rifletterne la complessità e la grande ricchezza è uno dei compiti che ci siamo dati con questa Newsletter.
Il primo contributo è un approfondimento sul potere del teatro di raccontare le storie delle classi lavoratrici da un punto di vista interno alla classe. Si parte dallo spettacolo Il Capitale. Un libro che ancora non abbiamo letto, prodotto da Kepler 452 in collaborazione con gli operai del collettivo di fabbrica ex-GKN, e che ha registrato un immenso successo di pubblico e di critica in Italia e all’estero, per arrivare ad analizzare più nello specifico lo spettacolo Come Steve McQueen, del collettivo fiorentino Patate & Cipolle, ovvero un adattamento teatrale del romanzo operaio Amianto. Una biografia operaia, di Alberto Prunetti.
Il secondo contributo, a firma di Giuseppe D’Amico, affronta un tema spinoso e solo all’apparenza lontano da una prospettiva working class: quello delle partite iva e del regime forfettario in Italia. In realtà, come spiega bene l’articolo, spesso lavoratori e lavoratrici lavorano in un regime di partita iva anche quando svolgono di fatto un’attività sotto varie forme di coordinamento e subordinazione, e dovrebbero quindi essere assunti con tutte le tutele che derivano dall’avere un contratto di lavoro dipendente. Inoltre l’articolo riporta giustamente all’attenzione il grande tema rimosso nel dibattito sui regimi fiscali (a partita iva o fofettari), vale a dire i salari stagnanti in Italia da almeno gli ultimi due decenni.
Ecco in dettaglio cosa troverete in questo numero della newsletter:
“Realtà indipendenti e teatro working class: ‘Come Steve McQueen’ del collettivo Patate & Cipolle”, sul teatro working class contemporaneo in Italia (tempo di lettura stimato: 10 minuti)
Il contributo “Partite iva: una narrazione differente” di Giuseppe D’Amico (tempo di lettura stimato: 15 minuti)
Se volete contattarci per scriverci un commento o dei suggerimenti sulla Newsletter, potete farlo sui nostri canali social o per email:
Buona lettura e al prossimo numero!

Le tre edizioni del festival di letteratura working class presso l’ex GKN di Campi Bisenzio hanno rafforzato in maniera significativa l’interesse verso narrative di lavoro e di classe in Italia. Il mondo del teatro ne è stato particolarmente toccato. Lo spettacolo, realizzato da Kepler 452 in collaborazione con gli operai del collettivo ex-GKN, Il Capitale. Un libro che ancora non abbiamo letto, ha registrato un immenso successo di pubblico e di critica, venendo anche premiato nella categoria speciale dell’edizione 2023 del premio UBU – il più prestigioso premio teatrale in Italia. A questo si aggiunge il contenuto ma significativo festival di teatro working class facilitato dal collettivo ex-GKN nel Dicembre 2024 che ha offerto uno sguardo sulla crescente volontà di diverse realtà teatrali di affrontare temi legati alla rappresentazione del lavoro e del conflitto di classe.
Questo è uno sviluppo nella scena culturale italiana al quale si dovrebbe guardare con ottimismo e interesse. Ma è importante non dimenticare le molteplici realtà culturali alternative che da diverso tempo affrontano queste stesse tematiche, spesso lontano da riflettori mediatici mainstream ma in rapporto organico con le proprie comunità di riferimento. Lo spettacolo teatrale Come Steve McQueen del collettivo fiorentino Patate & Cipolle, adattamento del romanzo Amianto. Una biografia operaia di Alberto Prunetti, è rappresentativo della ricchezza dei contributi culturali forniti da queste realtà indipendenti. La produzione ha debuttato presso il circolo ARCI Progresso di Firenze nel maggio 2022 ed è stata messa in scena anche durante la prima edizione del festival di letteratura working class nel 2023. Lo spettacolo propone una rilettura del testo di Prunetti capace di renderne il contenuto e spirito critico pur aggiungendovi una nuova dimensione interpretativa.
Come Steve McQueen è innanzitutto un atto d’amore verso il romanzo Amianto. La produzione è stata avviata su iniziativa dell’attore Marco Bianchini, il quale non solo ha proposto il testo al collettivo ma ne è anche il principale interprete in scena. La scenografia curata da Paolo Lauri si presenta come molto minimalista. Nel ricordare le vicende del padre e operaio (Renato Prunetti nel romanzo), la figura del figlio viene accompagnata dagli effetti luce e audio curati da Martino Lega, i quali hanno un impatto delicato ma capace di evocare una forte atmosfera emotiva che accompagna la narrazione. Questa soluzione scenica intensifica l’impatto della presenza di Bianchini in scena: l’apparato tecnico del teatro diventa uno supporto per l’atto di narrazione e memoria che l’attore, presentandosi appunto come il narratore-figlio del romanzo, conduce ripercorrendo la propria traumatizzante esperienza di lutto familiare.
Anche la narrazione del romanzo è stata adattata per essere ridotta ad un conflitto essenziale: quello di un figlio che cerca di venire a patti con la tragedia della morte prematura del padre per via dell’esposizione all’amianto durante il lavoro in fabbrica. Pur concentrandosi sulla ricostruzione della propria storia familiare, la narrazione di Prunetti spazia da aneddoti legati alla propria infanzia e adolescenza ad una analisi dello sviluppo sociologico della Toscana e dell’Italia dal dopoguerra ad oggi. Prunetti, infatti, discute anche di numerose criticità del suo ambiente sociale di appartenenza, come l’omofobia diffusa o il fatto che egli già da adolescente sviluppò delle criticità rispetto al pensiero politico del padre. L’adattamento drammaturgico di Chiara Canestrini si focalizza sui passaggi del romanzo che mettono a fuoco in maniera più diretta la dimensione di tragedia e ingiustizia più rappresentativa della vicenda di Renato Prunetti. L’adattamento ruota attorno alla vicenda di un uomo, un operaio costretto a pagare con la propria salute e la propria vita il tentativo di garantire attraverso il proprio lavoro un minimo livello di benessere a se stesso e alla propria famiglia. Allo stesso tempo, nella produzione di Patate & Cipolle il femminile assume un ruolo di particolare importanza.
Prunetti nel suo romanzo dà un ruolo abbastanza significativo alla propria madre, anche per via del fatto che Amianto è in fin dei conti la storia di una famiglia. In Come Steve McQueen la figura della madre assume un ruolo particolare e diventa una voce fuori campo: una presenza eterea e dolce che in determinati momenti interrompe la narrazione portata del figlio e attore in scena. L’atto di ricordo è incentrato sulla relazione tra due uomini e sul raffronto tra due figure maschili che si rapportano con la propria identità di classe: il padre un operario entrato nel mondo del lavoro durante il boom economico; il figlio è un lavoratore cognitivo nell’Italia dell’epoca neoliberista. Questa voce materna interrompe la narrazione portando una prospettiva nuova, non antagonista rispetto alle due figure maschili ma capace di creare una dimensione di distacco. Una voce che fa intendere l’esistenza di una pluralità di prospettive all’interno di questa stessa esperienza tragica: non necessariamente prospettive divergenti, ma distinte da diversi modi di vivere l’esperienza di classe.
Come Chiara Canestrini ha condiviso con la redazione del Working Class Fest Pescara, il personaggio della madre è stato costituito sia con materiale preso dal romanzo di Prunetti che rifacendosi a storie di donne toscane di estrazioni popolare, alcune delle quali appartenenti alla propria memoria personale. La forza di Come Steve McQueen sta proprio nel saper creare questa dimensioni di sovrapposizione personale al testo di Amianto, pur mantenendo un appropriato grado di fedeltà alla narrazione originale. Quello di Patate & Cipolle è uno spettacolo con il quale si ride, si piange e si applaude non solo per dimostrare apprezzamento ma anche per esultare assieme al narratore o incoraggiarlo. Il minimalismo scenico della produzione dona un senso di immediatezza, di vicinanza e collegialità tra il pubblico e la compagnia. La performance messa in atto alla ex-GKN mantenne proprio questa dimensione di spontaneità nell’instaurare un dialogo tra scena e pubblico e nel condividere la storia di Amianto.
Il collettivo Patate & Cipolle è uso realizzare spettacoli teatrali site specific, cioè sviluppati per essere messe in scena in ambienti specifici in virtù del valore storico, culturale o estetico di tali spazi. Quello di Patate & Cipolle è un universo che la storica regista del collettivo, Roxan Iftime, ci ha descritto come:
vario, colorato, a tratti astratto, a tratti folle, che attinge dalla vita, dalla poesia, dalla storia con la s minuscola, ma tutti i lavori sono legati da un unico potente filo rosso: l’amore, la gioia di farlo insieme, la voglia di dire quello che abbiamo dentro e che se non trovasse questo canale ci lascerebbe affamati.
Che sia in una performance immersiva dove il pubblico viene invitato a tagliare le cipolle, come in “Fatte a Fette”, o in scritture originali che indagano la società di oggi partendo dai mondi interiori dei suoi protagonisti (A terra. Diario di una caduta, Sala 18, Latte+), la cifra del collettivo è quella di trovare uno spazio espressivo liberato e allo stesso tempo organico alle comunità e agli ambienti con il quale interagisce. L’esperienza del primo festival di letteratura working class, per certi versi, non sarebbe stata la stessa senza quel momento di condivisione collettiva della storia operaia di Amianto reso possibile dallo splendido adattamento teatrale di Patate & Cipolle. I lavori realizzati da realtà indipendenti e underground come Patate & Cipolle sono spesso quelli che dànno carattere all’espressione culturale di un territorio, quelli che per gli individui di estrazione popolare sono più accessibili e spesso anche più rappresentativi. Lo sviluppo di una cultura teatrale working class dovrà passare anche e soprattutto dal supportare e celebrare tali realtà di lavoro creativo.
Il Working Class Fest Pescara ringrazia il collettivo Patate & Cipolle per la disponibilità nel rispondere alle nostre domande e contribuire alla stesura di questo articolo. Per sapere di più su spettacoli e iniziative di Patate & Cipolle e per contattare il collettivo: www.patate-cipolle.com.

Più o meno da 10 anni, il regime forfettario è al centro del dibattito “tributario” politico di questo Paese, come se fosse l’unico tema importante quando si parla di partite iva; è affrontato allo stesso modo da tutti gli schieramenti politici: quante tasse pagano, se troppe o troppo poche, i cosiddetti forfettari. Prima di addentrarci nella questione, proviamo a fare un po’ di chiarezza.
Un soggetto che non voglia lavorare come dipendente ma come autonomo deve aprirsi una partita iva: in generale, quando sentiamo parlare di “autonomi”, dobbiamo immaginare delle persone che hanno aperto una partita iva, individuale o sotto forma societaria, e che esercitano un’attività imprenditoriale o una professione. Tutti gli individui, partite iva individuali (quindi non organizzate sotto forma societaria) o dipendenti, sono soggetti all’irpef (Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche) e ai contributi (come l’INPS, la Gestione Separata, o le casse di previdenza come quella degli avvocati o di altre professioni). L’irpef è un sistema di tassazione progressiva che si basa su aliquote a scaglioni di reddito, che prevede per redditi maggiori aliquote di imposizione maggiori (per fare un esempio, l’aliquota marginale più bassa è attualmente del 23%, quella più elevata è del 43%). Le aliquote marginali producono la cosiddetta imposta lorda, dalle quale verranno poi sottratte delle detrazioni - ad esempio quelle per lavoro dipendente o le spese mediche - fino a giungere all’imposta netta. L’imposta netta è minore o uguale all’imposta lorda. Entrando più a fondo: il regime forfettario è un regime di imposta sostitutivo dell’irpef, grazie al quale si può ottenere un beneficio fiscale per un certo periodo e per determinate soglie di fatturato: mentre un soggetto in partita iva ordinaria segue alcune regole più complesse, ovvero ha l’obbligo di tenuta di contabilità, deve aggiungere l’iva in ogni fattura, determina il proprio reddito secondo un meccanismo di costi e ricavi, paga l’irpef secondo le aliquote a scaglioni, un autonomo che si avvale del regime forfettario sostanzialmente non ha nessuno di questi obblighi. Infatti, il forfettario non aggiunge l’iva, come detto sopra non paga l’irpef ma un’imposta sostitutiva, pari al 5% per i primi 5 anni e al 15% per gli anni successivi e finché resta al di sotto della soglia di 85.000 euro di fatturato, non ha l’obbligo di contabilità, e determina il reddito secondo un meccanismo a forfait (da qui il nome “forfettario”): preso il fatturato, si moltiplica quel valore per una determinata percentuale, ad esempio il 78%, e sul valore ottenuto si calcolano contributi ed imposte; non ha però detrazioni di cui può beneficiare. Balza agli occhi l’enorme semplificazione della vita burocratica di una partita iva in regime forfettario. Non si può non notare, per altro, la differenza di imposizione: le aliquote dell’Irpef sono di più, partono dal 23% e arrivano fino al 43%, mentre il forfettario ricorda di più una flat tax (non mi addentro nei tecnicismi per spiegare perché non siamo in presenza di una reale flat tax). Vorrei fare una precisione e poi toccare il vero nocciolo della questione: non è sempre detto che un soggetto in regime forfettario paghi meno di una partita iva ordinaria o di un dipendente. Facendo qualche calcolo, in 11 anni di professione da commercialista mi sono trovato a constatare come, per fatturati inferiori ai 30.000 euro, il carico fiscale non sia necessariamente minore: dipende da molteplici fattori. Superati i 30.000 euro è più ragionevole assumerlo.
Fatto questo inciso, credo che sia tempo di smettere di chiedere “quante tasse paghi” ma chiederci, piuttosto, chi sia una persona che ha la partita iva in regime forfettario. Dovrebbe essere un imprenditore o un libero professionista, ovvero qualcuno che organizza in autonomia il suo lavoro e i suoi mezzi di produzione. È sempre così? Temo di no. Questo regime nasceva in sostituzione del regime dei minimi introdotto dal governo Monti, che aveva un funzionamento diverso: prevedeva, tra gli altri, due limiti fondamentali, ovvero una soglia massima di 30.000 euro di fatturato e 5 anni di permanenza (parziale deroga per gli under 35: ad esempio, se si fosse aperta una partita a 25 anni, e si fosse rimasti sotto i 30.000 euro, fino ai 35 anni si sarebbe mantenuto il regime dei minimi). Lo scopo, in quel momento storico, sembrava chiaro: agevoliamo i giovani ad aprire una partita iva ma con un termine, scaduto il quale avrebbero dovuto competere ad armi pari, fiscalmente parlando, con tutti gli altri imprenditori. Il regime forfettario ha innovato l’agevolazione in vari modi ma quello più importante è stato l’innalzamento progressivo delle soglie per permanere nel regime, fino a quella attuale di 85.000 euro, in aggiunta alla rimozione del limite dei 5 anni, al termine dei quali l’imposta passa dal 5% al 15%, invece che comportare la fuoriuscita dal regime.
Non è mio interesse, ripeto, parlare di equità fiscale, perché da molto tempo le partite iva che apro in forfettario sono per soggetti che autonomi veri non sono: normalmente, sono persone che lavorano sotto varie forme di coordinamento e subordinazione e che, con la partita iva, a fronte di un piccolo beneficio fiscale, rinunciano a tutte le tutele dei dipendenti: direi che questa è la miglior definizione, o la più immediata, di false partita iva che possa dare. Potremmo riassumere che hanno sia i contro di essere inquadrati come dipendenti, sia i contro di essere autonomi, ma nessun vantaggio. Un’altra verità è che i forfettari pagano meno contributi: anche supponendo che abbiano un vantaggio finanziario adesso (un netto superiore in tasca), sono molto più deboli, oggi, dal punto di vista delle tutele sindacali (ferie, malattia, tfr, disoccupazione in caso di perdita di lavoro) e sono molto più poveri domani, perché pagando meno contributi avranno anche una pensione più misera. Ed è questo il grande assente dal dibattito pubblico! Dietro una facile narrazione su quanto sia giusto pagare di imposte, in assoluto o in relativo, non si parla del fatto che a fronte di fatturati e redditi bassi, siamo tutti più poveri: perché non è importante quanto paghino di imposte soggetti che stanno sotto i 30.000 di RAL o di fatturato (mi perdoneranno colleghi e consulenti del lavoro per questa approssimativa comparazione), ma è tempo di sottolineare che questi redditi sono bassi! Fatto che, per altro, comporta una scarsa partecipazione individuale alla fiscalità generale. Nascondendosi dietro un facile bersaglio - ahimè, la sinistra, partitica e sindacale, qui ha colpe più gravi della destra - non si parla del fatto che la maggior parte dei forfettari con fatturati bassi sono, in realtà, persone senza nessuna tutela attuale e con prospettive future ancora più pallide di quelle dei dipendenti. Un “autonomo non autonomo” è un dipendente che non ha diritti (o ne ha ancora meno).
La narrazione dipendente vs. partita iva poteva andare bene per il secolo scorso, ma oggi è solo una narrazione tossica che uccide qualunque forma di pensiero critico, e dovremmo iniziare a vedere chi beneficia di questa situazione: in primis quelle aziende che possono scegliere di assumere dei “dipendenti non dipendenti”, risparmiare i contributi a carico del datore di lavoro, e non avere particolari problemi a disfarsene senza passare per le classiche tutele sindacali; in secondo luogo, quei soggetti con redditi/fatturati più alti (a fronte di un’aliquota lorda marginale del 43% difficilmente si arriva a una imposta netta del 15%).
Ancora una volta ho la sensazione che il sistema decisionale agevoli imprenditori, micro e piccoli, con meccanismi non virtuosi, e lavoratori ad alto reddito, penalizzando giovani e persone a basso reddito. Volendo fare una critica da un’ottica di destra e non di sinistra: una soglia di fatturato così alta per la fuoriuscita dal regime è anche un ostacolo che disincentiva la crescita. Premesso che quasi sempre superare la soglia significa perdere il forfettario nell’anno successivo, un vero autonomo ha due problemi: ripartire da zero (il fatturato dell’anno prima non è garantito mai o quasi; una falsa partita iva può ragionevolmente contare sullo stesso fatturato) e farlo con costi maggiori (dal commercialista che ha un onorario maggiore fino alle imposte che saranno superiori), per cui si assiste ad una lunga serie di meccanismi, più o meno leciti,che permettono di rimanere nel forfettario. E quindi? Lo eliminiamo? Direi di no, ma potremmo apportare alcuni correttivi: soglia a 50.000 euro, permanenza per 5 anni o fino ai 35 anni, reintroduzione del limite dell’80% di fatturato ad un solo soggetto ed altre forme per controllare che gli autonomi non siano false partite iva (con la fatturazione elettronica, questi ultimi due aspetti sono facilmente verificabili).
E nel dibattito? Basta parlare di imposte e carico fiscale! Torniamo a parlare di redditi troppo bassi, di tutele per lavoratrici e lavoratori, di imprese che non crescono, di produttività bassa, di tassazione delle rendite. Da diversi anni circolano sempre più studi e numeri che dimostrano come alcuni di questi obiettivi che sembrano in contrasto siano, in realtà, molto più affini di quanto si creda. Aumentare i redditi troppo bassi, prevedendo ad esempio un salario minimo per legge, aumentare le tutele per lavoratrici e lavoratori, spinge necessariamente le imprese a crescere. È chiaro da tempo a buona parte del mondo accademico (non vorrei dire tutto) che una piccola impresa avrà sempre difficoltà ad aumentare i salari dei propri dipendenti; banalmente, non è in grado di generare maggiori ricavi per ammortizzare il maggior costo del dipendente. La crescita, nella maggior parte dei casi, comporta un aumento della produttività, perché maggiori sono gli investimenti in ricerca e sviluppo, in tecnologia ed in altri meccanismi organizzativi che portino i lavoratori ad avere una produttività maggiore; quest’ultima, per altro, comporta un maggior valore che il dipendente percepisce, anche in termini di reddito. È qui, per altro, che si innesta un problema ormai noto a chiunque abbia superato o si trovi nella fascia di RAL dei 32.000 - 35.000 euro; gli aumenti di reddito vengono completamente assorbiti dall’aumento delle imposte per la progressività a scaglioni; ma una persona con 35.000 euro di RAL ha uno stipendio di circa 1.800 - 1.900 euro netti. Per arrivare a 2.500 euro deve arrivare ad una RAL di circa 50.000 euro. A me sembra necessario che si debba spostare non solo la progressività verso i redditi più alti ma, obbligatoriamente, verso una tassazione delle rendite, finanziarie ed immobiliari. Quest’ultimo tema è quello più divisivo perché da almeno 30 anni ci dicono che lo Stato ci porterà via la casa, l’eredità, ci tasserà i conti correnti, e così via; quello che realmente avviene al momento è che chi ha di più (molto di più), paga meno imposte di chi lavora, perché con vari metodi di programmazione fiscale ha spostato i propri guadagni dal lavoro alle rendite. La tassazione delle rendite non colpirà la casa che ci lasciano i nostri genitori, ma le 15 case che ci lasceranno? Quanti di noi le hanno? Non toccherà i conti correnti, ma il nostro portafoglio titoli, ma quanti di noi ne hanno uno? Quindi? Quindi serve una crescita delle imprese, una reindustrializzazione, l’abbandono dell’economia dei servizi (turismo e ristorazione) a bassissimo valore aggiunto, ed è necessario fare qualunque cosa per alzare i redditi da lavoro, lo spostamento dell’imposizione verso redditi molto più alti e verso le rendite. Se ci pensiamo, con redditi più alti arrivano anche più imposte.
Una postilla per i forfettari appartenenti alle professioni ordinistiche (avvocati, commercialisti, architetti, etc.): il mondo degli studi individuali è finito da tempo, per cui assistiamo a giovani professionisti e professioniste che di indipendente hanno solo l’apparenza, che vivono una vita coordinati/e dai titolari degli studi come fossero veri e propri dipendenti. Dico che è finito da tempo perché la concorrenza che i professionisti si sono fatti negli ultimi vent’anni è stata una concorrenza sul prezzo, ha portato gli individui a non unirsi e a non mettere insieme i propri piccoli interessi legittimi, ed ha creato una quantità di studi professionali che vediamo ogni giorno nei centri delle nostre città (avrete tutti notato quante targhe professionali ci siano nei corsi storici). Il nanismo degli studi è lo stesso delle imprese, ed è un problema enorme perché non si è riusciti a creare delle realtà virtuose e con capacità di un certo tipo tra le quali, la più importante, quella di avvalersi in maniera intelligente dei giovani: per questo motivo, un giovane laureato continua il suo periodo universitario anche nel mondo del lavoro, passando il tempo in uno studio ad imparare (quando va bene) una professione che un tempo prometteva redditi interessanti dopo l’abilitazione, mentre oggi promette solo incertezze e redditi bassi anche una volta ottenuto il titolo. Questa problematica, insieme ad altre, ha portato molti e molte giovani professionisti e professioniste a lavorare come dipendenti sotto titolari di studi, senza alcuna tutela professionale, senza alcuna indipendenza o autonomia, letteralmente sotto un vincolo di subordinazione, in partita iva e senza alcuna tutela contrattuale. Cosa hanno ricevuto in cambio? Un piccolo beneficio fiscale perché esiste il regime forfettario. Giovani laureate e laureati in Economia, Legge, Architettura ed altre materie con sbocchi professionali, si trovano disilluse e disillusi a realizzare che il percorso che era stato loro promesso sia inesistente, e lo scoprono nel modo più duro. Quanti di questi resteranno in Italia? E quelli che riusciranno a superare questo enorme percorso ad ostacoli riusciranno a comportarsi in maniera diversa rispetto ai propri predecessori e quanti, invece, perpetueranno quel sistema tossico che li ha formati?Possibile che, nel Paese delle mille forme contrattuali, non siamo riusciti a trovarne una che tuteli lavoratrici e lavoratori garantendo al contempo la tanto desiderata indipendenza delle professioni?