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WorkingClassFest
Newsletter 03/2026
Ciao a tutti e tutte, questa è la Newsletter di marzo del Working Class Fest.
Questo mese usciamo con un contributo solo per ragioni di lunghezza del pezzo. Si tratta di una recensione del libro Maradona. Un mito plebeo a firma del nostro compagno di collettivo Andrea Turco. La recensione ci è piaciuta così tanto che non ce la siamo sentiti di pubblicarla in due puntate, e quindi la pubblichiamo da sola e per intero. Andrea entra dentro tutte le contraddizioni del personaggio senza pretese di risolverle; anzi, la sua idea è proprio che “essere working class significa anche stare dalla parte sbagliata. Ma il nostro compito resta quello di sederci insieme”. Davvero non potremmo essere più felici di pubblicare questo contributo.
Ecco in dettaglio cosa troverete in questo numero della newsletter:
“Maradona, un mito working class’ di Andrea Turco (tempo di lettura stimato: 10/12 minuti)
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Buona lettura e al prossimo numero!

“Chi era più povero, Pelè o Maradona?”.
Per tutti gli amici che venivano a casa a trovarmi era la domanda di rito. A porla era mio padre. Perché a lui non interessava discutere su chi fosse più bravo. Anzi, meglio: su questo punto non c’era nulla da dire, sui campi di calcio l’argentino giocava con un piede e mezzo ed era il più basso tra i 22 uomini, facciamo 23 considerando pure l'arbitro, e nonostante ciò svettava su tutti in ogni partita come fosse un colosso. No, la questione era un’altra: chi aveva patito di più la fame tra questi due campioni? Pur se poverissimo, costretto a giocare nella favelas di Bauru con un pallone composto da calzini arrotolati dentro un giornale, Pelè è pur sempre il figlio di un ex calciatore professionista. Maradona neanche quello: quinto di otto figli, come mio padre, passa le giornate sulle strade polverose di Villa Fiorita che somigliano così tanto a quelle malandate del paese siciliano dove mio padre ha trascorso l’infanzia. La domanda su chi fosse più povero mi è tornata alla mente più volte durante la lettura di Maradona, un mito plebeo, il libro pubblicato da Tamu edizioni nel 2025. Una raccolta di saggi, a cura di Antonio Gomez Villar, che parte dalla morte del più celebre numero 10 della storia del calcio maschile, il 25 novembre 2020, per offrire una lettura diversa, alternativa e politicizzata, di colui che già in vita era diventato una leggenda.
Nella sinossi del libro si ricorda che:
“il Pibe de oro è stato molte cose: il ribelle insofferente al potere della Fifa; l’immagine della rivincita del colonizzato sul colonizzatore coi due gol all’Inghilterra nei mondiali dell’86; un dispositivo simbolico che, dall’Argentina a Napoli, s’è fatto emblema del sud del mondo; l’ambigua figura da copertina che esibiva rapporti non conformi al genere. Ma come tutte le cose vere della vita, non era perfetto, puro e asettico e ha incarnato pulsioni contraddittorie. È stato maltrattatore e machista, imbroglione e tossico. Così, il cortocircuito della sua morte avvenuta nella Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne ha aperto dibattiti: chi ha provato lutto ha subìto giudizi escludenti e moralisti da chi voleva decidere quale dolore fosse legittimo e quale no”.
Diciamolo subito: chi non ha vissuto l’epopea di Maradona potrebbe far fatica a comprendere l’affettuosa devozione che pervade le pagine di questo libro. Ma il merito dei saggi, scritti quasi tutti da persone argentine - con in più due contributi da Napoli (e da dove sennò?), da parte di Gennaro Ascione e Francesca De Rosa -, è di accarezzare l’inevitabile nostalgia senza farsi sopraffare da essa, riuscendo a inquadrare le gesta passate del calciatore in una prospettiva dichiaratamente working class. Perché Maradona, appunto, “è stato molte cose” e, tra queste, il suo rapporto col calcio è di colui che deve tutto al suo lavoro e che, allo stesso tempo, lo odia perché una persona è sempre molto di più della sua professione.
Maradona non è un calciatore professionista, Maradona gioca a calcio ed è anche per questo motivo che le folle lo hanno adorato. Nessuno degli attuali atleti, tutti figli del capitalismo applicato al pallone, raggiungerà mai il suo status. Al giocatore multinazionale come Cristiano Ronaldo si contrappone il giocatore multipopolare, al giocatore apolitico come Lionel Messi si contrappone il giocatore iperpolitico. Anzi, in Maradona non si può separare il calciatore dal politico, ricorda Emiliano Sacchi in uno dei saggi più acuti. Ancor di più se la sua figura rifiuta la parabola padronale - accettata invece ieri da Pelè e oggi da Ronaldo e Messi - del giocatore che viene fuori dalla povertà, si riscatta grazie al suo talento e viene accettato solo se interiorizza i modi affettati della classe dominante e riproduce il vivere borghese:
“Maradona fallisce costantemente. Che sia per la droga, le posizioni politiche o la vita privata, in un modo o nell’altro la fa sempre fuori dal vaso. E il suo fallimento è il fallimento della mitologia individualista dell’ascesa sociale, della meritocrazia, del mondo piatto dell’uguaglianza formale, dei modi di vivere. Maradona mostra che in questo modo l’ascesa e l’integrazione sono una farsa, che il tutto è tragicamente frantumato dalla classe, dal colore, dalla razza”.
Una volta che si inquadra Maradona per quello che è, un mito working class, ogni suo gesto e ogni sua scelta confermano tale visione. Di tutte le storie working class su Maradona che si potrebbero raccontare la mia preferita resta quella della preparazione per i Mondiali di Usa ‘94. La segnalo, tra gli altri motivi, perché è facilmente riscontrabile sul web e perché porta con sé una dose di commozione che in questi tempi così tragici è mirabolante come il gol del secolo che Maradona realizza ai Mondiali di Messico del 1986. Maradona è ormai un ex giocatore, nel 1991 ha dovuto abbandonare l’adorata Napoli dopo essere stato trovato positivo alla cocaina in un controllo antidoping. Da tre anni si trascina tra Spagna e Argentina, è arrivato a pesare circa 100 chili, continua a drogarsi e non si allena da chissà quanto tempo. Ma poi decide di rimettersi in forma. Lo fa per le figlie, dice, in quella che sembra l’ennesima autoesaltazione machista. Si ritira in un ranch de La Pampa. Potrebbe permettersi qualsiasi luogo dotato dei più lussuosi confort, a partire da una palestra pacchiana (come lo sono tutte). Invece sceglie di allenarsi in campagna, dove taglia la legna e corre tra i vigneti. Di quella “morning routine”, come la definisce il sito Ultimo Uomo, ogni dettaglio è tipicamente working class. Dal risveglio scocciato alle 6 e 50, tipico di chi è costretto a svegliarsi presto per raggiungere un obiettivo, alla barba che Maradona si toglie ogni mattina all’aperto, perché ogni eroe working class è convinto che dedicarsi ad avere un viso pulito sia un rito di buon auspicio, fino al chiasso e allo scherno verso l’improvvisato portiere con cui accompagna ogni tiro. Di lì a poco, appena prima di mezzogiorno, il padre cucina l’asado, il piatto tipico argentino. A detta del figlio, Maradona senior cucina il più buon asado che abbia mai mangiato. Forse è perché il padre preferisce arrostire la carne alla vecchia maniera, a terra, mentre il più grande calciatore del Novecento indossa una canotta di basket e delle ciabatte ai piedi, sincerandosi della giusta cottura.
Il suo preparatore atletico dirà che quelli sono stati i giorni più belli della sua vita.
I ricordi sono come le tarme, divorano ciò che resta senza che tu te ne accorga. Eppure, per concludere, Maradona un mito plebeo è riuscito a farmi riappacificare con mio padre. Non gli ho mai perdonato che, nonostante i tanti punti in comune con Maradona, in quegli anni lui si ostinasse a tifare il Milan. Entrambi nati nel 1960, entrambi ricci e dalla carnagione scura, entrambi meridionali, entrambi working class. Eppure mio padre sosteneva la squadra simbolo del capitalismo arrembante degli anni ‘80, la squadra che portò l’intero calcio italiano nell’attuale modernità spogliandolo di ogni aura, la squadra dell’opulento Nord e dello strisciante razzismo verso il Sud, la squadra di Berlusconi. Solo Maradona è riuscito a battere Berlusconi nel terreno a lui più congeniale, quello di un calcio che per Berlusconi era intriso di affari e opportunismo mentre per Maradona era vita, con il suo misto di orgoglio e sofferenze.
Allora mio padre è stato un traditore di classe? Non proprio. E per comprenderlo tocca ancora guardare a Maradona. È la lezione dei femminismi che rivendicano, subito dopo la morte, il dolore per un uomo sì maschilista e violento ma anche profondamente umano. Perché, come ricorda Raimondo Viejo Vinas, pur senza rigettare la responsabilità individuale:
“non si può esigere da Maradona di nascere nel suo quartiere, nel 1960, come se fosse un soggetto liberale del 2020, istruito, di classe media con un sistema di valori sensibile e critico della violenza di genere, capace di gestire nella misura giusta il consumo di sostanze e così via”.
E allora essere working class significa anche stare dalla parte sbagliata. Ma il nostro compito resta quello di sederci insieme. Perché in fondo, pur con tutte le inevitabili differenze, continuiamo ad appartenere alla stessa storia e alla stessa classe.