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WorkingClassFest
Newsletter 04/2024
Ciao, questa è la newsletter del WorkingClassFest.
Questo mese andiamo a spolverare la nostra Cassetta degli attrezzi, il podcast del WorkingClassFest, andando a presentarvi la nostra prima ospite. Poi finiamo di raccontarvi di Trap, classe e violenza dandovi qualche link utile ad analizzare alcuni dei temi trattati. Infine vi parliamo di un libro incredibile, potentissimo, un romanzo scritto in versi.
Questo mese parliamo di:
Cassetta degli attrezzi
Trap, classe e violenza
Qualche articolo utile
Versi liberi in catena
Cassetta degli attrezzi
Questo mese siamo contente e contenti di presentarvi la nuova puntata di Cassetta degli attrezzi, una serie di podcast dove andremo mano a mano, tramite interviste e approfondimenti, a trovare gli strumenti per conoscere meglio il mondo tramite le lenti Working Class.

In questa puntata abbiamo avuto la fortuna di farci un’intensa chiacchierata con Martina Miccichè, partendo dal suo saggio “Femminismo di periferia” abbiamo fatto un viaggio che parla di intersezionalità, classe, specismo e transfemminismo.

Immagine tratta dal video “Kayros” di Sacky
Partiamo da un assunto: la musica trap non esiste. Lo so, è sconvolgente ma il termine trap non indica un genere musicale (quello resta sempre il rap) ma un modo di vivere, la trappola (in inglese trap) che per i giovani neri di Atlanta rappresenta l’unico modo per guadagnarsi da vivere: cucinare crack all’interno di case abbandonate nella periferia statunitense.
Protagonista in Italia dei programmi televisivi più forcaioli e delle interrogazioni parlamentari più illuminate, è il cosiddetto trapper, molto spesso di seconda generazione o straniero, maschio, violento e, soprattutto, povero. Il rap italiano ha avuto un percorso molto differente rispetto a quello statunitense ed europeo, in quanto, invece di nascere dai sobborghi poveri, è nato con una connotazione politica, molto spesso nei centri sociali e molto spesso da persone di estrazione borghese. Anche perché sul finire degli anni ottanta e all’inizio degli anni ‘90 venire a conoscenza della musica rap era un privilegio non da poco: dovevi avere i soldi per comprare i dischi, per fare vacanze all’estero, per comprare l’attrezzatura necessaria per fare le basi musicali.
Dal 2016 fino ad oggi abbiamo assistito invece all’esplosione nelle classifiche di rapper con estrazioni proletarie e sotto-proletarie, che provengono dalle periferie marginalizzate delle grandi città, con un passato di violenza e carcere che fa impressione se relazionato alla loro giovane età. I vari Baby Gang, Simba La Rue e Paky sono ben rappresentati dalle parole del sociologo Erik Dunning, citato nel saggio “La sindrome di Andy Capp” di Valerio Marchi (RedStarPress, 2021) “Una tipica manifestazione underclass, delimitata e ristretta a quelle fasce di sottoproletariato giovanile, che, vista l’impossibilità di conquistare <<significato, status e gratificazione e di formarsi un’identità soddisfacente nelle sfere scolastica e professionale, tendono a perseguire questi obiettivi attraverso forme di comportamento che includono l’intimidazione fisica, la lotta, il bere e rapporti sessuali di sfruttamento>>”.
La loro violenza è scevra di ideologia, è quella violenza che il sociologo Slavoj Zizek racconta quando parla delle violenze provenienti dalle banlieu francesi, una violenza sistemica, la conseguenza del mondo in cui questi trapper sono cresciuti, incarnando un dualismo ben specifico. Sono infatti allo stesso tempo vittime e carnefici: da una parte sono vittime perché hanno vissuto in condizioni di fame e violenza, senza la possibilità di avere un percorso scolastico lineare, senza ascensori sociali, in quei palazzi dove “Metà gli viene un tumore, metà diventano pazzi”. Questa frase contenuta nel brano Brutti Sogni di Sfera Ebbasta, che può sembrare sul momento banale, nasconde un significato più profondo, basti pensare a quanto la salute mentale è fortemente collegata anche all’estrazione sociale e a come la possibilità di cura medica in un sistema capitalistico stia diventando sempre più un privilegio. Ma allo stesso tempo sono carnefici, perché la loro violenza, così come la ricerca del lusso sfrenato, dell’oggettivazione del corpo femminile, li rende semplicemente un altro ingranaggio del meccanismo di estrazione capitalistico, continuando a perpetrarne i meccanismi.
Ed è proprio questo lato carnefice che viene utilizzato dai vari governi di stampo neo-liberista sia per creare una nuova tipologia di nemico pubblico, sia, allo stesso tempo, per continuare le loro pratiche di estrazione di capitale nelle periferie. Nel frattempo cambiano i governi l’approccio punitivo del potere diventa sempre più marcato. Basti pensare all'attuale decreto Caivano o al sistema dei DASPO nelle città che negano, oltre a vari diritti fondamentali, anche la possibilità di fare concerti e quindi di avere un indotto, precludendo così una possibile via di scampo dalla povertà. Si può fare un parallelismo con l’artigiano a partita IVA che, a lavoro fatto, non viene pagato e che a causa di ciò non riesce a sostenere i costi per ottenere il DURC – la certificazione che attesta la regolarità dei pagamenti INPS (contributi fiscali) e INAIL (assicurazione infortuni) – perdendo così la possibilità di lavorare e la possibilità di pagare il suo debito. Proprio la contraddizione che racconta Fisher ne “Il realismo capitalista”, dove la società neoliberista chiede per sé un mondo più smart e meno burocratico, mentre al contempo strozza con la burocrazia ogni possibilità di riscatto, anche il più bieco.
La società si sta sempre più indirizzando verso l'annichilimento del soggetto lumpen-proletario e vi lasciamo qui un estratto dal libro di Giusi Palomba “Trame alternative”, riguardante proprio questo tema, che sa descriverlo meglio di me:
“Il punitivismo è una tentazione a cui una società incattivita non riesce proprio a rinunciare, e di fatto davanti a un errore o a ciò che si considera un’anormalità , la conseguenza più comune è l’allontanamento dalla comunità, una risposta immediata e in apparenza efficace. Ma allontanare qualcuno - mollarlo, bandirlo, escluderlo, rinchiuderlo, espellerlo - non vuol dire riparare, né risolvere. L’isolamento può generare angoscia e rabbia, può esacerbare dei comportamenti sociali; l’isolamento non genera riflessione o consapevolezza, non cambia, non trasforma, non educa. È solo isolamento.”
Spesso si abusa della frase “la sinistra riparta da…”, soprattutto alla luce dei fatti che ripartire da un soggetto politico, e non da una collettività politica, produce attese messianiche non corrisposte. Ma quando si parla di collettività non si può sfuggire al tema dell’intersezionalità e soprattutto non si deve lasciare indietro nessun aspetto, in particolare quello della classe. Se si vuole rivoluzionare il discorso politico bisogna dialogare e ragionare anche con quelle parti che troviamo più lontane da noi, senza ridurle a fenomeni da baraccone, ma cercando nel marasma delle loro azioni e delle loro parole la radice di un malcontento che si pone le giuste domande e trova delle risposte sbagliate. Per quanto difficile, bisogna ascoltare anche i maschi poveri e violenti, gli ultras, i rapper, e tutta quella fetta di popolazione che è fuori dai radar della società e dell’intersezionalità.
Qualche articolo utile
Per approfondire il DASPO urbano, vi lasciamo questo articolo di Federica Borlizzi in collaborazione con Associazione Antigone: link
Per saperne di più del decreto Caivano vi lasciamo l’articolo di Andrea Oleandri per La via libera qui: link
In più, come dice Sfera Ebbasta alcuni diventano pazzi, sì, ma coattamente. Qui l'inchiesta di Altraeconomia “Fine pillola mai” in collaborazione con Antigone sull’abuso di psicofarmaci nei carceri minorili.

Versi liberi in catena
Entrando in fabbrica
Naturalmente immaginavo
L’odore
Il freddo
Il trasporto di carichi pesanti
Il disagio
Le condizioni di lavoro
La catena
La schiavitù moderna
Non ci andavo per fare un reportage
Men che meno per preparare la rivoluzione
No
La fabbrica è per i soldi
Un lavoro per campare
Come si dice
Perché mia moglie è stufa di vedermi buttato sul divano in attesa di un lavoro nel mio settore
[…]
All’agenzia interinale mi chiedono quando posso cominciare
Tiro fuori Hugo la mia solita battuta letteraria e scontata
“Be’ domani all’alba nell’ora in cui biancheggia la campagna”
Mi prendono alla lettera attacco il giorno dopo alle sei del mattino

Così si apre Alla Linea, il romanzo-poesia di Joseph Ponthus (pseudonimo di Baptiste Cornet, 1978-2021) che sin dall’incipit mostra la disarmante forza e lucidità con cui racconterà la sua vita da lavoratore interinale, con una formazione umanistica, prestato per necessità al lavoro in una fabbrica del settore agroalimentare.
Verso libero e niente punteggiatura, un ritmo narrativo che ricorda molto la sequenza alienante dei gesti sempre uguali e il nastro incessante della produzione della fabbrica.
L’autore francese nel corso del suo libro ci accompagna nella sua quotidianità a partire dallo sgusciare e smistare pesci e gamberetti, passando dallo scolare tofu per ore, allo spingere carcasse e pulire sangue in un mattatoio.
Un’esistenza in continuo contatto con la fatica e con la morte, che non lo abbandonano neanche durante il sonno: “Brutti sogni / Di animali morti / Che mi cadono addosso / Che assumono il volto dei miei cari o delle mie paure più profonde / Incubi senza fine senza vita senza notte”, un sonno inframezzato tra la stanchezza del lavoro da cui si torna e l’angoscia del pensiero del lavoro a cui si tende. Un’esistenza che significa essere strappat* dalle dinamiche sociali, con il risultato spesso di monopolizzare i tempi personali e familiari.
Incredibilmente attuale risuona la condizione di Ponthus che, dopo qualche anno da educatore a Parigi, trasferendosi in Bretagna, pur di lavorare, diventa ostaggio delle agenzie interinali.
Lo chiamano “alle quattro e mezza lunedì per un lavoro quella stessa sera alle otto” o lasciano messaggi per anticipare l’orario di lavoro che “Con la fabbrica a quindici chilometri da casa / L’ansia comincia a salire mentre le gocce di sudore colano dalle ascelle / Taxi / Non vedo altra soluzione […] Pagare la corsa che corrisponde pressappoco a mezzo turno di notte / Pagare per essere pagato / Pagare per non essere cacciato da una fabbrica di bastoncini di pesce / Per non bruciarsi con l’agenzia interinale”.
Ma in Alla linea c’è molto altro. Ad esempio l’autore apre un paragrafo con il racconto degli attacchi di panico ricorsi nella sua vita prima di iniziare a lavorare in fabbrica e prosegue con una riflessione interessante sul vivere successivo all’inizio del nuovo lavoro mettendolo in relazione alla psicoterapia. “La funzione […] di stare in piedi a lavorare e tacere” contrapposta a quella dell’analisi “di stare sdraiati su un lettino a parlare” in cui avviene uno slittamento del sintomo, così Ponthus definisce il momento in cui la mente smette di soffrire. Ma di certo la fabbrica non esce dal racconto come panacea di tutti i mali, anzi, risulta un’esperienza totalizzante che risucchiando le energie mutila il tempo fuori dal lavoro.
Pubblicato in Francia nel 2020 e ripubblicato in Italia nel 2022 Alla Linea è un libro che taglia l’anima di chi lo legge in due parti per poi ricomporla pagina dopo pagina in una storia che ci racconta che forse “alla scuola della fabbrica Non s’impara / Si lotta”