WorkingClassFest

Newsletter 01/2026

Ciao a tutti e tutte, questa è la prima newsletter del Working Class Fest nel 2026!

Cominciamo l’anno nuovo con due contenuti molto importanti per la nostra serie “Te lo racconto working class”, dove raccontiamo lavori, opere d’arte o situazioni storiche e politiche attraverso una lente di classe (lavoratrice). Si tratta di due contributi che raccontano dall’interno due professioni all’apparenza lontane da quelle tipiche delle classi lavoratrici: la professione medica e quella giornalistica.

Il primo contributo è un’analisi delle condizioni di lavoro e di sfruttamento di specializzandi e specializzande nel sistema sanitario nazionale (SSN) italiano. L’analisi parte dall’esperienza biografica dell’autrice, una specializzanda al termine del proprio percorso di specializzazione, e prova a smontare alcuni dei pregiudizi di classe più radicati e longevi circa la professione medica ospedaliera, mostrandone le contraddizioni rispetto al lavoro reale.

Il secondo articolo è a firma del nostro compagno di collettivo Andrea Turco e usa un approccio simile concentrandosi sulla professione giornalistica. Andrea indaga sia i meccanismi sistematicamente classisti di cooptazione del mondo del giornalismo, sia le conseguenze che il tipo di informazione che viene partorita da questo sistema ha sulla cittadinanza che legge.

Ecco in dettaglio cosa troverete in questo denso numero della newsletter:

  • Il contributo “Nessuna cura per chi cura” sulle condizioni reali di lavoro degli specializzandi nel SSN

  • Il contributo “Per un giornalismo working class” di Andrea Turco

Nell'immaginario collettivo la figura del medico è circondata da una innegabile aura di privilegio, fatta di una carriera lineare, prestigio sociale e stabilità economica. In questo articolo vorrei scardinare alcuni stereotipi partendo dalla mia storia personale, per cercare di far luce su una realtà non ben conosciuta: la condizione lavorativa degli specializzandi in Italia, professionisti sospesi in un limbo giuridico ed economico che li rende degli ibridi a metà tra studenti universitari e lavoratori dipendenti spremuti a dovere. 

Parto dalla mia esperienza di figlia di operaio e di casalinga, che aveva il sogno di diventare medico per migliorare la propria condizione sociale di partenza e per rendersi utile alla società. Sono nata e cresciuta in una piccola regione del centro-sud Italia che, oltre ad avermi dato i natali, mi ha anche permesso di frequentare l’università. Una volta terminati gli studi ho deciso di spostarmi in una regione un po’ più all’avanguardia dal punto di vista sanitario, perciò mi sono trasferita al nord dopo aver superato il concorso nazionale per entrare in una Scuola di Specializzazione.

Studiare all’università in Italia è già di per sé un impegno oneroso e questo è valido per molte facoltà, non solo Medicina, che forse ha lo svantaggio di durare un anno in più rispetto alla media delle altre. Pertanto per diventare medico in Italia ci vogliono i soldi, intendo per studiare all’università prima e anche per formarsi come specialista poi. Per chi non ha reti di supporto le cose si fanno più complicate e spesso sono necessari lavori extra o magari tempi più lunghi per concludere gli studi. Ma facciamo un salto in avanti per capire meglio cosa succede dopo la laurea e l’abilitazione alla professione medica; in genere si sceglie la propria strada intesa come specialità. Se il proprio sogno è quello di rimanere sul territorio e diventare il punto di riferimento per la salute delle persone come medico di famiglia, allora la scelta ricadrà sulla Medicina generale, che purtroppo in Italia non è nemmeno riconosciuta come una vera specializzazione, come indicato anche dal nome “Corso di Formazione Specifica in Medicina Generale”. Inoltre i corsisti di Medicina generale ricevono una borsa di studio mensile soggetta ad imposizione IRPEF e che, almeno quando ho frequentato il corso nel 2018, ammontava a circa 900 euro al mese per tre anni.

Chi invece decide di volersi specializzare in una branca ospedaliera della pratica medica, dovrà partecipare ad un concorso nazionale per poter entrare in una Scuola di Specializzazione. Il contratto viene stipulato con l’università a cui appartiene la Scuola di Specializzazione e si percepisce una borsa di studio che ammonta a circa 1600 euro mensili a cui vengono aggiunti 100 euro al mese negli ultimi due anni di specialità. Non è prevista la tredicesima mensilità, e in aggiunta bisogna pagare le tasse universitarie annuali per tutta la durata della formazione. Queste dipendono dall’Università in questione: ad esempio io dovevo sborsare un totale di circa 2100 euro di retta universitaria all’anno. Ma vediamo cosa dice il contratto di specializzazione in Italia: il monte ore lavorativo è di 38 ore settimanali, sono previsti 30 giorni di assenza per motivi personali ed è riconosciuto il diritto alla maternità. Per gli specializzandi italiani c’è il problema di rimanere all’interno delle 38 ore settimanali, che durante gli anni di formazione è praticamente impossibile. Tutte le ore di straordinario non partecipano al conteggio del pagamento mensile finale. Si è stabilita una equazione perversa per cui più tempo passi in ospedale e più dimostri di tenere alla scelta di vita che hai fatto, come se lavorare gratis in questo caso fosse il minimo, ciò che ci si aspetta da te. La passione in questo caso denatura il lavoro, facendo addirittura accettare di non essere retribuiti, come se quello che si sta svolgendo non fosse propriamente lavoro. Durante il mio primo anno di specializzazione lavoravo 12 ore al giorno con un solo giorno di riposo settimanale, per un totale di 72 ore a settimana, e quindi 136 ore in più al mese rispetto a quanto riportato dal contratto e soprattutto ore non pagate, quindi facendo i conti la retribuzione corrispondeva a poco meno di 6 euro l’ora. La mia esperienza non è stata un’eccezione alla regola, ma la normalità nella maggioranza delle Scuole di specializzazione in Italia. Inoltre molto spesso lo specializzando ai primi anni di formazione, che sono quelli decisivi per l’acquisizione delle competenze e capacità professionali, si trova a coprire turni in cui, in assenza di supervisione diretta, deve portare avanti l’attività clinica di interi reparti, comprese le notti, i fine settimana e i festivi. Queste responsabilità e il carico di lavoro aumentato possono incidere profondamente sulla psiche degli specializzandi e non è difficile immaginarli in burn-out alla fine di un turno da 12 ore mentre si domandano per quale motivo hanno scelto di studiare medicina.

Una volta terminati gli anni di specializzazione si entra a far parte del Sistema Sanitario Nazionale attraverso concorsi pubblici indetti dalle ASL. Non c’è però posto per tutti e talvolta bisogna aspettare anni prima dell’uscita del concorso a cui si ambisce. Per fortuna grazie al Decreto Calabria questi concorsi sono stati recentemente aperti anche agli specializzandi, che quindi possono entrare nelle graduatorie aziendali una volta superato il concorso indetto ed essere assunti prima ancora di terminare la specializzazione. Per aggiungere una differenza con altri Paesi europei, nel Regno Unito al termine del periodo di specializzazione viene stipulato un contratto stabile con il Sistema Sanitario nazionale (NHS) senza necessità di attendere ulteriori graduatorie.

Il problema è che quello che si è vissuto durante gli anni di specializzazione avrà comunque un impatto sulla modalità di svolgere il proprio lavoro e di percepirlo come tale. Personalmente posso dire di aver vissuto momenti difficili durante gli anni di formazione, in un contesto in cui i tentativi di cambiamento delle condizioni lavorative degli specializzandi dovevano scontrarsi con le regole imposte dall’alto, ovvero dal direttore di Scuola di specializzazione. Non opporsi alla scadente qualità di vita iniziale perché “è sempre stato così” o perché il lavoro del medico è in realtà “una missione”, contribuisce allo sviluppo di dinamiche che influenzano negativamente il contesto lavorativo. Per me raccontare questa esperienza non significa rifiutare la professione medica, ma rivendicare il diritto a una formazione di qualità che non passi attraverso la normalizzazione del sacrificio e la rinuncia al benessere personale. In conclusione la retorica della missione non deve diventare l'alibi per giustificare la mancanza di tutele degli specializzandi. La conseguenza altrimenti è quella di formare medici molto preparati ma profondamente disillusi, logorati da un sistema che spreme richiedendo sacrifici senza offrire le garanzie indispensabili di un normale rapporto di lavoro, il che naturalmente ha un impatto negativo anche sulla quantità e qualità delle prestazioni mediche fornite alla cittadinanza dal sistema sanitario pubblico.

A furia di frequentare il potere, finisci per innamorartene. Si può partire da questo assunto per spiegare l’apparente illogicità del giornalismo attuale, tutto teso ad accarezzare le élites e le persone benestanti, rifiutando sistematicamente di rappresentare gli interessi e le vicende quotidiane delle classi lavoratrici, vale a dire la stragrande maggioranza di chi vive in Italia e di chi, in teoria, dovrebbe usufruire dei prodotti giornalistici.

Il “circo mediatico”, per usare un’orrenda definizione che però dà l’idea di cosa stiamo parlando - anche se forse sarebbe meglio usare “palcoscenico mediatico”, anche perché la realtà è sempre mediata (ma questa è un’altra storia) -  offre spesso una rappresentazione falsata e marginale. Quella di una classe, i giornalisti e le giornaliste, che vive una realtà distorta e, dunque, non può che offrirne un’analoga visione. Chi lavora nel mondo del giornalismo è un piccolo borghese frustrato: si sente alla pari coi professionisti che costituiscono le proprie fonti di riferimento (medici, avvocati, imprenditori, politici), ma ne è inferiore dal punto di vista economico. Ciò fa scattare quel forsennato “odio dei poveri”, descritto da Roberto Ciccarelli nel libro pubblicato per Ponte alle grazie (qui), o, quando “va bene”, una penosa pietà cristiana. Il caso più lampante degli ultimi anni è stata la narrazione offerta sul reddito di cittadinanza: uno strumento trattato alla stregua di un’elemosina di stato, invece di un diritto da ampliare, mentre le persone che ne usufruivano erano sempre ignobilmente avversate/derise/commiserate. E molti dei giornalisti e delle giornaliste che hanno prestato il fianco a questa mistificazione, per dire, avevano e hanno le condizioni per presentare richiesta di accesso! 

“Non mancare mai di solidarietà nei confronti dei poveri” disse nel 1907 il più celebre giornalista statunitense, Joseph Pulitzer. Un lascito che è stato completamente rimosso, negli Usa come in Italia. Eppure, come ricorda Batya Ungar-Sargon, vicedirettrice della sezione opinioni di Newsweek, “il giornalismo era un mestiere della working class; nell’Ottocento la maggior parte dei giornalisti non aveva una laurea, e lo stesso vale per buona parte del Novecento” - e, aggiungiamo noi, lo stesso vale qui. A parte la contraddizione di aver rilasciato questa e altre interessanti riflessioni a Paola Peduzzi, vicedirettrice de Il Foglio (cioè il giornale più ferocemente classista ed elitario del panorama giornalistico italiano), non si è mai riflettuto abbastanza sul fatto che su alcuni caposaldo del liberismo il giornalismo è stato un’avanguardia, specie in ambito lavorativo.

Di seguito alcuni esempi:

  • “ama il tuo lavoro”: non c’è giornalista che non faccia vanto di lavorare dalle 10 alle 14 ore al giorno, perché in fondo “facciamo il mestiere più bello del mondo” e “non saprei fare altro”; ciò si traduce in persone che scrivono gratis (a scapito di chi deve sudare per farsi pagare), 80enni e 90enni che continuano a inondarci di editoriali e commenti patetici, paghe da fame ed estenuanti contrattazioni per ogni singolo pagamento;

  • “ambizione personale”: intesa nella maniera più individualista possibile, si tramuta in assenza di sindacalizzazione, concorrenza spietata, pure all’interno della stessa redazione (con colleghi sempre pronti a fregarti una notizia), atteggiamento guardingo e retropensieri a qualsiasi proposta di collaborazione;

  • “rendita”: difficile trovare mestieri più ereditari del giornalismo, che si tramanda di padre in figlio (dicono costoro che si tramanda un’ossessione), con tutto ciò che ne consegue in termini di narrazione pigra del mondo, figlia di un privilegio che diventa impossibile da scalfire;

  • “assenza di conflittualità”: quando ti reputi dalla parte giusta diventa poi impossibile pretendere che tu ti metta a lottare per i diritti o per condizioni di lavoro più eque, e le redazioni, in apparenza scrigni dorati, diventano  in realtà un covo di pettegolezzi e sotterfugi;

  • “assenza di cura”: quando nacque nel 2021 il presidio GKN la domanda che gli ex operai rivolsero ai giornalisti, "e voi come state?", stupì questi ultimi così a fondo che in pochi seppero rispondere, non solo perché il tema della salute mentale è ampiamente sottovalutato ma anche perché il giornalismo si reputa esente dai mali del mondo, e quando si guarda allo specchio è più per vanità che per reale autotutela.

Stipendi miseri, precarietà diffusa, mancanza di garanzie: sono condizioni strutturali anche se oggi il giornalismo preferisce prendersela coi social, delineando un’età dell’oro che non c’è mai stata, se non nei sogni di qualche persona raccomandata. Meglio attaccarsi come cozze ai miseri e sparuti privilegi, che questo mestiere ancora riesce a concedere. Dai musei gratis alla flessibilità degli orari, dai buffet ai viaggi, il giornalismo è per definizione scroccone.

E le nuove generazioni? Da una parte hanno coscienza di tali meccanismi, e mettono in campo soluzioni collettive - come ad esempio il collettivo Fada (qui), la redazione di Irpimedia (qui) e il Centro di Giornalismo Permanente (qui) - dall’altra tendono a fuggire il conflitto di classe, preferendo ricreare spazi sicuri di autosostegno. Per poi comunque ambire alla pubblicazione nel giornalismo mainstream, proponendo collaborazioni esterne. Tuttavia, dato che in Italia il giornalismo è costantemente senza soldi, con annesse lagne e piagnistei, per poter garantire lavori adeguati e stipendi dignitosi tali realtà cercano fondi all’estero. Attraverso una serie di bandi di cui l’esempio più noto è il Journalism Fund (qui). Così, però, il giornalismo indipendente delle  nuove generazioni diventa un “progettificio” e replica alcune nocività, dando loro però nuove forma, come ad esempio la concorrenza palese che diventa nascosta (ma pur sempre presente, e forse più tossica).

Servirebbe, invece, una coscienza di classe, un giornalismo working class che sia dalla parte del 99% non per una spinta etica ma perché è consapevole di far parte di tale moltitudine. Invece il giornalismo attuale parla di questioni concrete, come gli affitti o le bollette, come se ciò non li riguardasse, come se non facesse fatica ad arrivare a fine mese. Un giornalismo working class, per essere tale, deve togliersi la puzza sotto il naso, parlare la lingua comune delle classi subalterne e non quella borghese che finora ha prevalso. Contaminarsi con la società, insomma, invece di limitarsi a raccontarla. E, soprattutto, il giornalismo working class deve portare il conflitto nei posti di lavoro.