WorkingClassFest

Newsletter 07/2024

Questo mese parliamo del lavoro di rider, con un’intervista per il podcast Cassetta degli attrezzi e poi di film e di teatro, con:

  • Cassetta degli attrezzi: intervista sul lavoro di rider con Andres

  • Fallen Days - Come (non) estetizzare la Working Class. Un confronto tra i film Perfect Days di W. Wenders e Foglie al vento di A. Kaurismäki

  • Storia della Working Class Inglese tra Abuso, Militanza e Gioia: riflessioni sulla performance Behold Ye Ramblers di Townsend Productions

Prima di lasciarvi agli articoli di questo mese, un piccolo annuncio: il 13 agosto saremo al Rock Your Head festival di Montebello di Bertona (PE) con un workshop sulla letteratura working class, che condurremo con il metodo pre-text. Qui trovate il link per partecipare: https://bit.ly/iscrizione_attività

Cassetta degli attrezzi: intervista con Andrés Reyes

Questa puntata di Cassetta degli attrezzi è un po' diversa dalle puntate che abbiamo pubblicato in passato. Andrés, la persona che abbiamo intervistato, è un ragazzo venezuelano che ha vissuto a Roma e che per mantenersi durante gli studi ha fatto il rider per alcuni anni. La chiacchierata è stata fatta tramite audio whatsapp, è colloquiale e sporcata dai rumori della vita quotidiana, dato che è stata fatta durante il tempo libero dal lavoro che Andrés ci ha voluto dedicare e che ringraziamo calorosamente. Come sempre, potete ascoltarla sul nostro canale Spotify a questo link:  https://bit.ly/cassetta_degli_attrezzi_3_andresreyes 

Fallen Days - Come (non) estetizzare la Working Class.

Nell’ultimo anno sono usciti due film che parlano di working class, quasi contemporaneamente in Italia tra dicembre 2023 e gennaio 2024 -  e che hanno avuto un discreto successo: uno dei due ha vinto il Premio della Giuria a Cannes e l’altro è arrivato alla candidatura agli Oscar come Miglior film in lingua straniera. 

I due film sono Perfect Days di Wim Wenders e Foglie al vento di Aki Kaurismaki, di cui vi abbiamo parlato nella scorsa newsletter. Siccome siamo qui per parlare di immaginario working class e di rappresentazioni, analizziamo brevemente quelle che sembrano due trattamenti diametralmente opposti dei protagonisti dei due film, delle loro personalità e delle loro storie. 

Entrambi i film creano consapevolmente un’estetica molto precisa e curata della vita quotidiana, nel caso di Foglie al vento di una coppia che si cerca e si allontana, nel caso di Perfect Days di un uomo di mezza età.

Entrambi i film sono ambientati in contesti che possiamo definire inusuali o almeno meno frequentati dal cinema internazionale rispetto ad altri come gli Stati Uniti, l’Inghilterra o l’Europa centro-meridionale, ovvero la Finlandia e il Giappone.  

Entrambi i film assegnano un forte valore simbolico alle rispettive colonne sonore.

Entrambi i film parlano di protagonistx working class e rappresentano storie working class, e in entrambi i film il lavoro svolto dai protagonistx occupa un ruolo rilevante nelle rispettive trame.

Estetizzare la working class

Come scrivevamo, entrambi i film ripongono molta cura nella descrizione delle immagini, dello spazio e dei lavori working class. Perfect Days è stato lodato a lungo per le sue scene impeccabili di una Tokyo eterea in ogni sua scena, dalle luci e le palette così perfette da sembrare patinate, e dalla pulizia irreale - non solo dei suoi bagni pubblici, dove lavora il protagonista proprio come addetto alle pulizie. Anche lo spazio privato di Hirayama - il protagonista - è etereo e rarefatto, ordinato e minimalista, al limite di uno sguardo stereotipante sull’arredo e la cultura degli spazi giapponese. Eteree e rarefatte sono anche le sue azioni, che si inanellano in una routine sconcertante e imperturbabile. 

Nonostante il lavoro che svolge sia una buona parte delle sue giornate e quindi una sostanziale parte sia della sua storia che nella descrizione che ci viene data di lui dal regista, Hirayama potrebbe stare compiendo qualsiasi azione, fare qualsiasi lavoro: non c'è nessuna connessione con la realtà, solo piccole sequenze instagrammabili. 

L’attenzione e la cura per le piccole cose, i dettagli, i piccoli momenti, le foglie perfettamente mosse dalla brezza leggera e perfettamente penetrate dai raggi del sole, sono stati esaltati dalla critica come un’ode alla semplicità, alla serenità data dall’essenziale, alla sincerità dello svolgere piccole azioni ripetitive, tra cui, non ultimo, un lavoro manuale e “umile”. Il regista stesso, come ricorda Lorenzo Gramatica nella sua lucida recensione per Lucy sulla cultura, ha affermato che “C’è tanta felicità, c’è tanta gioia nell’esistenza di Hirayama: credo che vedendolo, parecchi lo invidiano un po’! Io per esempio! Cambierei e rinuncerei al cinema per igienizzare i servizi! Mi siete testimoni”. Molto condivisibilmente, Gramatica nota anche che è difficile credere “che Wenders andrà a pulire i cessi”. Seppure pronunciata come iperbole e ovviamente non da prendere alla lettera, l’affermazione di Wenders ci dice molto del suo approccio al suo personaggio e alla sua vita. Continua Gramatica: “A cosa pensa Hirayama? Non lo sappiamo. Lui lo sa? A Wenders interessa? [...] Wenders fa vivere Hirayama in questo presente ripetitivo ed estetizzato perché sembra importargli più della gratificazione immediata dello spettatore che del suo personaggio. Gli fa condurre una vita esangue.”

Forse è questa la pecca più grande di Perfect Days nei confronti delle scene che rappresenta: non ci sono personaggi, con le loro storie, non ci sono immagini dense, che aprono mondi altri o fanno vedere meglio mondi propri. Quello che rimane, più che un’estetica delle giornate, delle persone e delle storie working class è solo un’ aesthetic .

Dall’altro lato, troviamo le scene altrettanto curate di Aki Kaurismäki, il regista finlandese che crea un’atmosfera anch’essa rarefatta, anche se diversamente. Non si può certo definire Foglie al vento come un’esplosione di emozioni dichiarate e conclamate, ma il livello emozionale e relazionale tra i personaggi è ben presente e il turbamento e l’agitazione - sia ansiosa che gioiosa, o meglio speranzosa - sono percepibili. In Foglie al vento troviamo due finlandesi che parlano a malapena, sia tra loro che in generale, rendendo la dimensione emotiva realmente rarefatta e suggerita, più che esplicitamente dichiarata. I protagonisti e le loro storie sono raccontate da un occhio molto più vicino e molto più interessato, ironico e cosciente, e per questo in grado di restituire un quadro più dolce e più umano. 

Laddove Perfect Days estetizza azioni ripetute, oggetti immobili e istanti immutabili, tagliando fuori ogni sentore di realtà, di problematicità, di complessità a cui gli esseri umani sono sottoposti, Foglie al vento si dedica alla eccezionalità, al momento inaspettato all’interno di vite scandite dal ritmo ripetitivo. I personaggi hanno accesso ad una tecnologia estremamente limitata per l’epoca storica in cui è ambientato - il presente - ma non per feticizzazione di oggetti nostalgici, come nel caso di Perfect Days, in cui la passione per l’analogico di Hirayama viene usata come ulteriore strumento di fuga, realizzabile e realizzata, dalla realtà. La realtà del mondo circostante infatti interviene nel mondo rarefatto di Foglie al vento, ad esempio attraverso una semplice radio che trasmette le notizie sul conflitto russo-ucraino, un conflitto con cui la Finlandia condivide un confine. I lavori svolti da Ansa e Holappa e dai loro comprimari sono tanto ripetitivi e routinari nei compiti da svolgere, quanto instabili nelle garanzie e nella sicurezza economica che possono dare. Quando le condizioni di lavoro e di vita sono queste, non c’è possibilità di poesia e di estetica nel lavoro, ma può realizzarsi - come effettivamente si realizza - nelle relazioni umane. 

Anche nella scelta musicale, da un lato c’è un Lou Reed che seppur ironico e disilluso è ormai patrimonio della cultura - non solo underground - mondiale, e che soprattutto è fruito su musicassetta originale, un oggetto che è quasi un feticcio che sovrasta le parole e la musica del cantautore: l’atto di ascoltare Lou Reed su una cassetta degli anni ‘80 viene enfatizzato tanto quanto, se non di più, di Lou Reed stesso e della sua musica, ulteriore rappresentazione della feticizzazione degli oggetti ampiamente presente in Perfect Days. 

Dall’altro lato, una malinconia e un dolore quotidiani raccontati con altrettanta ironia e distacco dal duo finlandese Maustetytöt, ma che risultano sferzanti proprio per la loro cruda attualità e la loro profonda connessione con i personaggi e le spettatrici. Anzi, questa fusione tra personaggi e musica è talmente forte che i brani a volte si ergono ad espressione dei sentimenti e dei pensieri stessi dei protagonisti, mentre la Perfect Days ascoltata rigorosamente su cassetta nella Tokyo del 2023 non ha nessun legame con il protagonista, non ne esprime i tormenti né i sollievi, al massimo lo intrattiene. Proprio come fa l’intero film di Wim Wenders, che intrattiene, da lontano, con un aesthetic al posto dell’empatia. 

Di cosa si parla quando si traccia la storia delle classi popolari? E di cosa parlano le classi popolari quando raccontano se stesse? Parlare di lavoro significa parlare di fatica, logoramento, precarietà economica e sfruttamento? Sì, e spesso non serve una prospettiva di militanza politica per capire che il lavoro nella società moderna è logorante per l’individuo e intimamente legato a dinamiche di autorità sociale, anche quando un dato lavoro può risultare appagante. Parlare di lavoro significa parlare di militanza politica? A volte, almeno nei settori più socialmente coscienti delle classi lavoratrici. Parlare di lavoro significa parlare di gioia? Spesso no, forse però questa non è una domanda semplice. Anche se si escludono celebrazioni deliranti dell’imprenditorialità del sé e della produttività lavorativa come banco di convalida sociale, il lavoro può portare gioia in molti modi, creando comunità o anche solo permettendo di perseguire passioni al di fuori del tempo lavorativo. Riscoprendo la storia del quotidiano working class tardo vittoriano The Clarlon e del movimento culturale ad esso associato, Townsend Production realizzano un musical per un attore che celebra un’eredità di militanza e mutuo soccorso. Behold Ye Ramblers propone un esercizio di memoria storica delle classi lavoratrici inglesi che unisce tutti gli aspetti costituenti dell’esperienza subalterna, dalla disperazione dello sfruttamento alla solidarietà di classe, e che dona al pubblico l'ispirazione per vedersi come oggetto e attore di questa stessa solidarietà.

Scritto e recitato da Neil Gore con la direzione di Louise Townsend, Behold Ye Ramblers ripercorre la fondazione del giornale Clarlon tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento. Neil è da solo sul palco e inizialmente si presenta come un produttore e poi come un cantante di Music Hall, in una scena che ricorda un cabaret comico. Tramite questo espediente Neil veste i panni dei vari personaggi assumendo la prospettiva ora dell’uno e ora dell’altro. Cantando sulla base di orecchiabili arrangiamenti musicali da varietà, Neil racconta la storia del giornalista socialista Robert Blatchford, il fondatore del Clarlon e del suo desiderio di raccontare della vita delle classi lavoratrici nel brutale mondo della seconda rivoluzione industriale. Neil impersona così diversi individui di estrazione proletaria le cui vicende vennero raccontate dal Clarlon o tramite reportage condotti dal giornale o in delle lettere che essi stessi inviarono al quotidiano. Ascoltiamo così un operaio di una fabbrica di composti chimici che descrive come i fumi della fabbrica intossicano persone  e animali e anche una lavoratrice del settore tessile che lamenta l’opprimente assenza di luce nella fabbrica e la costante percezione di isolamento e pericolo legata al lavoro. Nel secondo atto, l’attenzione si sposta sulle iniziative portate avanti dagli editori del Clarlon che, oltre a contribuire alla diffusione di idee socialiste e a raccontare delle condizioni di lavoro nelle fabbriche, si dedicarono alla costituzione di diverse organizzazioni ricreative e di comunità, fondando cori, gruppi di ciclismo e anche un gruppo di alpinisti.

 

Lo spettacolo va ben oltre la semplice rassegna storiografica delle attività di un giornale socialista associato a diverse organizzazioni di comunità. I vari momenti della narrazione di Neil si susseguono con una struttura Brechtiana dove ogni scena è in principio un numero musicale o uno scenario indipendente dagli altri a livello di azione drammatica, ma rimane connesso allo stesso filo narrativo. Behold Ye Ramblers condivide con il teatro Brechtiano anche la disposizione al distacco critico e umoristico. Anche quando la narrazione tocca episodi tragici realmente avvenuti e riportati nel Clarlon,  lo spettacolo mantiene la narrazione come un resoconto di degli eventi. Permane sempre una chiara differenza tra Neil come attore e narratore e dei personaggi che egli occasionalmente assume, come il direttore di un coro socialista o l’organizzatore della prima gita alpinistica del Clarlon. Gli episodi di abuso sul posto di lavoro narrati nella prima parte dello spettacolo vengono incorniciati come resoconti delle pubblicazioni del giornale, anche grazie all’aiuto di delle proiezioni che mostrano delle copie originali del Clarlon. Per un membro del pubblico il coinvolgimento è sempre mediato da un’atmosfera conviviale e giocosa, che invita un’attitudine di solidarietà verso le situazioni di oppressione descritte nella prima parte dello spettacolo e di entusiasmo rispetto alle attività ricreative descritte nella seconda.

Piccoli accorgimenti per incoraggiare il coinvolgimento attivo del pubblico aiutano a creare questa atmosfera partecipata e solidale. Neil compie i suoi esercizi di riscaldamento davanti agli spettatori, abolendo la divisione tra la platea e lo spazio di recitazione. Egli interagisce anche in maniera diretta con il pubblico, ad esempio incaricando uno spettatore di accendere le luci di scena all’inizio di ogni atto dello spettacolo. A rafforzare questa sensazione di dialogo con gli spettatori contribuisce il coinvolgimento di un coro amatoriale, coinvolto su base locale in ogni città dove lo spettacolo viene presentato per cantare alcune composizioni tipiche dei repertori che avrebbero cantato dei cori socialisti dell’epoca. Questo anche grazie al fatto che ogni coro può cantare delle canzoni del proprio repertorio a fine spettacolo. Quando ho visto la performance al Greenwich Theatre di Londra si instaurò una buffa dinamica metateatrale. Neil enfatizzò che il coro interpretato dai cantanti amatoriali di Greenwich, ovvero un coro della città di Sheffields del primo Novecento, avrebbe sconfitto un coro di Londra in una competizione locale. Questo, oltre a generare risa tra il pubblico, reiterò sia la cornice drammatica nella quale veniva presentata la performance del coro che la sua identità locale e la vicinanza alla comunità di Greenwich, rendendo le interazioni giocose di Neil con i cantanti uno specchio del suo rapporto con il pubblico.

Behold Ye Rambles si presenta come una celebrazione della comunità di socialisti e lavoratori che si creò intorno al Clarlon, nonché un atto di commemorazione delle condizioni di sfruttamento delle classi lavoratrici inglesi dell’epoca. Lo stile musicale dello spettacolo contribuisce a generare un senso di immersione nel mondo del Clarlon. La musica non è necessariamente riconoscibile all’orecchio moderno come elemento di una tradizione proletaria - per quanto lo sia - e risulta forse più direttamente identificabile quale rievocazione dell’estetica del music hall, la più popolare forma di spettacolo dell’epoca. Essa però rafforza la percezione di aver davanti un mondo di attivisti socialisti distinti da un gusto estetico, delle attitudini umane e delle convinzioni politiche. Behold Ye Rambles è, appunto, un invito a cogliere il nucleo progressivo delle idee politiche che lo hanno ispirato, nonché il desiderio vitale e solidale di favorire forme di associazione ricreazionale e cultura personale. C’è una chiara distinzione tra la narrativa che lo spettacolo propone e la realtà storica. Un poster affisso all’entrata dell'auditorium ha la funzione di introdurre la storia del movimento del Clarlon, chiarendone i limiti storici. Ad esempio, questa informativa storica rimarca che l’adozione di posizioni militariste e nazionaliste da parte di Blatchford durante la prima guerra mondiale portarono allo scioglimento del movimento stesso. Il valore del lavoro di Townsend Production è nello stabilire una relazione con il pubblico che inciti a vivere la rievocazione della storia di classe come ricerca di trasformazione politica e di una socialità sana.

Lo spettacolo che inizia con la descrizione del clima claustrofobico delle fabbriche si conclude con la rappresentazione del genuino senso di felicità provato da dei proletari, abituati alla claustrofobia della fabbrica, durante una gita nei boschi. Mentre Neil canta, viene proiettato un filmato dove un giovane uomo vestito come un escursionista dell’epoca balla, eseguendo semplici passi di danza classica con leggerezza e lasciando trasparire un senso di gioia. Behold Ye Rambles è una rievocazione storica della classe lavoratrice inglese che ne ricorda l’oppressione, l’organizzazione politica e il desiderio di benessere. Questa rievocazione diventa un atto collettivo nell’invito a sentirsi parte del suo stesso processo di rappresentazione, nella condivisione gioiosa e autocosciente di delle circostanze storiche, dei principi e desideri dietro alle azioni dei protagonisti delle stesse. Un invito a vedersi come membri di una comunità che, nello spazio circoscritto della performance teatrale, si costituisce come tale sulla base degli stessi principi di solidarietà tra i subalterni.

Questo articolo si basa sulla performance di Behold Ye Rambles offerta da Townsend Productions il 2 Maggio 2024 al Greenwich Theatre di Londra. Per maggiori informazioni su Behold Ye Rambles e su Townsend Production: https://www.townsendproductions.org.uk/shows/behold-ye-ramblers/