- WorkingClassNewsletter
- Posts
- WorkingClassFest
WorkingClassFest
Newsletter 10/2024
Ciao, questa è la newsletter di ottobre del WorkingClassFest.
Questo mese parliamo di un libro poco raccontato di un autore sardo e vi diamo qualche consiglio sulle ultime uscite.
Te lo racconto working class: Bellas Mariposas di Sergio Atzeni
Qualche consiglio di lettura (working class!)

Te lo racconto working class: Bellas Mariposas di Sergio Atzeni
Se siamo d’accordo sul fatto che c’è bisogno di una profondità di sguardo e di analisi maggiore per raccontare la vita delle classi lavoratrici contemporanee e i luoghi, non solo i luoghi di lavoro, ma anche quelli in cui abitiamo nelle città più o meno post-industriali o nelle aree rurali, dobbiamo chiederci dove cercare questa analisi più incisiva e quale linguaggio usare per condividerla. Può la letteratura rappresentare un mezzo efficace per concepire delle rappresentazioni più accurate e dare forma a una realtà sociale che, nella migliore delle ipotesi, sembra sfuggire alla comprensione di altri media come giornali, televisione, e social network? Per tentare di rispondere a questa domanda mi sono rivolto a “Bellas mariposas”, l’ultimo racconto dello scrittore Sergio Atzeni, pubblicato postumo nel 1996 a causa della prematura morte dell’autore, e l’ho riletto a partire dalle riflessioni della filosofa Cinzia Arruzza, la quale osserva che le descrizioni della working class come “l’insieme dei lavoratori salariati o di tutti coloro che, impiegati o no, non hanno altre risorse che la vendita della propria forza lavoro, sebbene non siano di per sé false, sono vaghe, astratte e incomplete”. I testi e gli scritti di Sergio Atzeni sono degli antidoti potentissimi alla vaghezza, l’astrattezza e l’incompletezza e vorrei quindi proporvi un invito alla lettura di questo autore ancora poco conosciuto (e allo stesso tempo invitarvi a guardare anche l’eccellente film che il regista Salvatore Mereu ha fatto su Bellas mariposas).
Bellas mariposas racconta la storia di Cate e Luna, due ragazzine di 12 anni che vivono nel quartiere immaginario di Santa Lamenera, alla periferia di Cagliari. Le famiglie sottoproletarie delle due ragazzine, la dipendenza, sia da sostanze ma anche, e forse crucialmente, da dinamiche tossiche di potere economico e di una sessualità vissuta come compulsione e prevaricazione, occupano un posto centrale nella storia famigliare delle due protagoniste. Tuttavia l’intenzione di Atzeni non è quella di scrivere un altro capitolo di pornografia della povertà per intrattenere un pubblico privilegiato di lettori e lettrici. Ci sono molti dettagli che lo dimostrano, non ultimo il fatto che la critica che Cate fa nelle prime pagine al lavoro di prostituta della sorella maggiore non è fondata su basi morali: Cate parla del lavoro sessuale come di ogni altro tipo di lavoro. Ciò che trovo più interessante del libro di Atzeni è proprio che invece di porre l’accento sui limiti che la brutale realtà circostante impone alle due protagoniste, Bellas mariposas enfatizza maggiormente le strategie di resistenza e agli espedienti messi in atto dalle ragazze per sfuggire al proprio destino. Ad esempio, appena dopo aver descritto la situazione a dir poco claustrofobica e disperata dell’appartamento dove vive la sua famiglia, Cate sembra partire per una tangente e comincia a parlarci del suo progetto di vita: vuole studiare e diventare una rock star e solo dopo aver raggiunto quest’obiettivo si sceglierà un uomo. Il fatto che Cate affermi il suo desiderio di rimanere indipendente intellettualmente, finanziariamente ed emotivamente, tutto ciò con l’ingenuità propria di una ragazzina di 12 anni che tuttavia ha appena finito di descrivere le condizioni devastanti in cui lei e la sua famiglia sopravvivono, mi sembra un modo potente per esprimere la speranza di sfuggire al pesante bagaglio che le generazioni precedenti e il sistema delle classi sociali le hanno lasciato in eredità. La musica rappresenta certo l’unico mezzo che Cate ha per affermare la propria individualità nel duro contesto famigliare, ma allo stesso tempo una concreta via d’uscita dal destino sociale che il mondo le ha cucito addosso a causa della sua provenienza sociale, in un modo che mi ha ricordato una recente serie tv della BBC, This Town, i cui protagonisti sono dei giovani adolescenti, e che è ambientata a Coventry negli anni ‘70 durante la nascita dello Ska nei quartieri popolari dove bianchi e neri vivono fianco a fianco.
Ci sono due scene memorabili in Bellas mariposas in cui l’oppressione delle relazioni di classe ci viene mostrata insieme alla dura reazione che scatena nelle due protagoniste. In una di queste scene Luna corre per la strada con un gelato in mano, senza prestare attenzione a dove sta andando, con gli occhi fissi su Cate, per farla ridere e tirarla su. Come prevedibile, dopo qualche metro il gelato cade sulla giacca di un uomo vestito in maniera piuttosto elegante. D’istinto, l’uomo prova a colpire Luna con uno schiaffo, ma le ragazze lo attaccano brutalmente: Cate gli spappola il suo gelato sulla mano mentre Luna gli dà una testata nello stomaco. Appena dopo essere fuggite via, Cate commenta dicendo che l’uomo sembrava essere un bancario o forse un politico, qualcuno insomma che non si sarebbe mai visto a Santa Lamenera. Dopodiché aggiunge: “ho pensato che Luna prima di partire senza guardare aveva deciso dove voleva arrivare”. Il secondo episodio cruciale avviene quando un uomo di 40 anni circa approccia le ragazze mentre stanno mangiando un gelato in spiaggia, offrendo loro dei soldi in cambio di sesso orale. Luna accetta senza esitare, ma chiede più soldi. Quando l’uomo tira fuori il portafoglio, Luna gli morde il pene mentre Cate gli tira un calcio e una testata, quando quest’ultimo è già in ginocchio. Con l’ironia che lo caratterizza, Atzeni ambienta l’intera scena nella piazza antistante l’edificio fascista che ospita il tribunale di Cagliari. Cosa ci suggeriscono queste scene di brutale violenza? Innanzitutto, vorrei notare che queste sono le uniche due scene nel racconto in cui le due protagoniste si trovano fuori dal quartiere operaio di Santa Lamenera e interagiscono con persone al di sopra della loro classe sociale. A me sembra che le scene di Atzeni servano a rendere visibili e tangibili, proprio grazie al registro del grottesco, delle relazioni sociali di classe che non sono altrimenti evidenti nella realtà quotidiana. Quelle scene mostrano in maniera concreta quanto l'età, la classe e il genere contribuiscono a fare di Cate e Luna due soggetti oppressi. Le due ragazzine sono disprezzate dal primo uomo, che si sente in diritto di schiaffeggiarle in quanto le considera delle pesti di strada. L’altro caso mostra invece quanto la sessualizzazione subita dai corpi working class si applichi anche a due ragazzine prepuberali. Questo mi porta a vedere le reazioni all’apparenza spropositate di Cate e Luna come una metafora di un genuino antagonismo di classe, tradotto magistralmente da Atzeni in uno scoppio di violenza liberatorio e poetico.
Non vorrei pensaste tuttavia a Bellas mariposas come a un racconto il cui registro principale sia quello di un brutale realismo per denunciare lo stato sociale delle cose. Al contrario, la forza di Atzeni sta proprio nel mischiare gli aspetti più immaginifici di una fiaba con un punto di vista da romanzo naturalista. A un certo punto a Santa Lamenera c’è addirittura l’apparizione di una strega con tanto di seguito di nani danzanti e una corte di gatti acrobati, in una scena indimenticabile che risolve alcuni dei conflitti irrisolti tra la gente del luogo. A me ha ricordato molto il miglior romanzo sulla gentrificazione che ho letto, ovvero La fata carabina di Daniel Pennac, anche quello un romanzo che usa l’immaginazione fiabesca a dosi massicce, mischiata con il poliziesco e la critica sociale. La lezione che Atzeni impartisce è che il realismo non è necessariamente il modo migliore per descrivere le esperienze e portare alla luce le contraddizioni della vita delle classi lavoratrici e sottoproletarie. Il suo stile musicale, pieno di colloquialismi, espressioni in cagliaritano (lingua a cui Atzeni tra i primi ha conferito dignità letteraria), e praticamente senza punteggiatura, risultano più efficaci del realismo dello standard astratto dell’italiano per dare vita ai i suoi personaggi e catapultarci nella loro realtà viva.
Verso la conclusione del racconto, Cate ci informa che in realtà il racconto che abbiamo letto fino a quel momento altro non è che una confidenza che lei sta facendo a un personaggio invisibile, che non appare mai nel testo, e che è il vero narratore che ha trascritto per noi il racconto orale di Cate. Quest'ultima ce lo presenta come un narratore talentuoso e dotato di buona memoria che viene da un quartiere di periferia vicino al suo. Questo non è un dettaglio irrilevante, perché credo implichi che la posizione del narratore sia vicina, sia per tipo di esperienze che per l’accesso a un linguaggio condiviso, a quella di Cate, e che per questo egli può avvalersi di una prospettiva interna attraverso cui descrivere le cose. Il tema era molto caro ad Atzeni, e Bellas mariposas rappresenta una svolta nell’opera dell’autore, passato dal parlare degli emarginati da una posizione (culturale) centrale ed egemonica a farli parlare, per così dire, dal di dentro. Voglio riportare di seguito le parole di Atzeni in un suo articolo di giornale pubblicato sull’edizione sarda dell’Unità, in cui parla del quartiere periferico di Is Mirrionis a Cagliari:
“È la città “difficile”, quella che non si lascia rinchiudere negli ultimi schemi della comprensione meccanica; il cronista ne coglie l’aspetto esteriore (i giovani al flipper, i furti d’auto, la diffusione della droga, la vita nelle salette dei bar, la difficoltà a comunicare, la prostituzione) e cerca poi di spiegare, ma la spiegazione è sempre incomprensibile per “gli spiegati”; infarcita di termini come disgregazione, competitività, ecc. […] L’unica sarebbe viverci, in quei quartieri, per comprendere la complessità, spesso non ancora riconducibile ad analisi sociologiche – o forse mai abbastanza indagata, se non, appunto, dall’esterno – perché talmente enigmatica da fare paura: la notte, pochi degli interpreti della vita sottoproletaria avrebbero il coraggio di trascorrerla nei pressi di Is Mirrionis. Chi è, allora, che può capire, che può spiegare, che può agire per cambiare?”
Mi sembra questa un’ottima domanda con cui concludere questo contributo. Sono partito dalla domanda sul potere della letteratura di creare delle narrazioni in grado di riportare alla luce lo stato delle relazioni sociali che ci circondano, e che troppo facilmente quelli tra noi che possono permetterselo cercano di non vedere e dimenticare. Se la letteratura working class ha qualche chance di riuscire in questo compito però, credo debba necessariamente seguire le vie indicata da Atzeni: abitare nei quartieri, nelle case sovraffollate, nei luoghi di lavoro, nei bar e sulle panchine dove si ritrovano uomini e donne immigrate, e soprattutto parlare la loro lingua viva, rinunciando con gioia alla presunta obiettività dell’analisi sociologica o letteraria per cominciare magari a indagare l’umanità dei soggetti di cui pretende di parlare, con tutta la loro poesia e tutte le loro feroci contraddizioni.
Qualche consiglio di lettura (working class!)

Vi consigliamo tre libri che affrontano la tematica della classe da tre punti di vista differenti, da tre nazioni differenti.
Il primo è un saggio di Şeyda Kurt, Odio, edito da Minimum Fax, che ci accompagna in un viaggio storiografico nell’odio e le sue forme. Di chi non può provare odio anche se ne avrebbe tutti i motivi, a chi l’odio vuole sopprimerlo perché ne percepisce la spinta rivoluzionaria.
Lo potete prendere qui: link
Il secondo è un saggio di Houria Bouteldja, Maranza di tutto il mondo, unitevi!, edito da Derive Approdi, che, partendo dalla nascita degli stati razzializzati e del colonialismo, arriva a spiegare perché l’unico modo per ribaltare un sistema oppressore sia unire i beaufs e i barbares. Un’intensa trattazione che non può lasciare indifferenti.
Lo potete prendere qui: link
Infine, vi consigliamo il nuovo libro di Alberto Prunetti, Troncamacchioni, edito da Feltrinelli: un romanzo storico, corredato di immagini, che racconta l’antifascismo delle classi subalterne nell’Alta Maremma. Anarchici e banditi, disertori e comunisti, tipi e tipe arruffate: questa ”novella nera” che dalle colline della Maremma arriva fino in Francia, in Belgio, in Russia, raccoglie storie seppellite che si riprendono il posto che gli spettano.
Lo potete prendere qui: link