- WorkingClassNewsletter
- Posts
- WorkingClassFest
WorkingClassFest
Newsletter 04/2025
Ciao, questa è la newsletter del WorkingClassFest.
Questo mese parliamo di:
Un evento importante: venerdì 18 Aprile insieme all’associazione Cesare Di Carlo organizzeremo il primo incontro della rassegna Radici, con ospiti la poetessa Virginia Spinelli e il cantautore Setak. Se ci leggete da Pescara e dintorni, vi invitiamo a venire al Dopolavoro Ferroviario alle ore 19.00 (Corso Vittorio Emanuele II, 257/A, 65122 Pescara PE, Italy). Trovate ulteriori dettagli sotto ↓
Un episodio del nostro podcast: Questo mese insieme al rapper Amir Issaa parliamo del rapporto tra (t)rap e classe sociale nel nostro podcast Cassetta degli Attrezzi (link qui). Trovate ulteriori dettagli sotto ↓
Un libro fondamentale per la storia orale della working class negli USA: Working di Studs Terkel. Per l’occasione ospitiamo le riflessioni di Charlie N. Zaharoff, editor e traduttore, che ci ha gentilmente inviato un suo invito alla lettura del capolavoro di Terkel. Trovate il testo più in basso ↓
Buona lettura!

Il Working Class Fest e l’Associazione Cesare Di Carlo sono lieti di invitarvi a un evento a cui teniamo molto.
Venerdì 18 aprile, presso la sala Simone Weil del DLF - Dopo Lavoro Ferroviario di Pescara (Corso Vittorio Emanuele II, 257/A) ci sarà il primo evento della rassegna Radici, dove insieme a Virginia Spinelli e Setak andremo a indagare come attraverso la scrittura e la musica le radici diventino un antidoto alle contraddizioni sociali ed economiche, nonché strategia di cura collettiva e veicolo di denuncia.
Vi aspettiamo!

Vi presentiamo la nuova puntata del podcast del WorkingClassFest, Cassetta degli Attrezzi.
Per questa puntata siamo onorati di avere come ospite il rapper Amir Issaa, scrittore e divulgatore di cultura Hip Hop, da anni impegnato nella promozione della street culture nella sua accezione più nobile attraverso “Potere alle Parole”, abbiamo esplorato il legame tra il rap, la trap e i nuovi soggetti subalterni razzializzati, chiamati maranza, e anche di lavoro.
Una conversazione a tutto tondo, che aggiunge un nuovo prezioso strumento alla nostra cassetta degli attrezzi.
Potete ascoltare il podcast a questo link: qui
Working di Studs Terkel: un invito alla lettura
Per il suo libro di interviste Working, pubblicato nel 1974, l’autore e conduttore radiofonico di Chicago Studs Terkel intervistò 133 americani dalle professioni più variegate, e domandò loro “cosa fanno tutto il giorno e come si sentono a fare ciò che fanno”. Gli intervistati appartenevano ai ceti bassi e medi, con l’esclusione di membri del clero, dottori, politici e scrittori di ogni tipo, ai quali “le competenze e la proprietà di linguaggio”, nota Terkel, “offrivano già altre opportunità comunicative”.
Sono convinto che un lettore sensibile, informato e fortemente motivato potrebbe prendere le interviste del libro di Terkel e esplorare le seguenti ipotesi: come il classismo agisca a livello emotivo a ogni scalino della scala mobile dell’economia americana; in quali condizioni l’appartenenza etnica prevalga su quella di classe e viceversa; che rapporto ci sia tra l'umiliazione nel contesto lavorativo e la violenza nel contesto privato; che impatto abbia avuto la “controcultura” sull’etica della classe lavoratrice. Tale lettore potrebbe essere portato (come è capitato recentemente a un professore di storia di Harvard) a scrivere cose del tipo: “col senno di poi, Working documenta la morte di un ordine sociale. Questa morte avrebbe successivamente portato Ronald Reagan al potere in un processo simile agli sconvolgimenti sociali che portarono la Thatcher al potere dall’altro lato dell’Atlantico”.
Ho stima per chiunque voglia intraprendere tali analisi, ma nonostante ami leggere e riflettere su Working, non sarò tra quelli. Innanzi tutto non sono né bene informato né fortemente motivato; ma soprattutto, e questo è più importante, come ho realizzato mentre facevo ordine tra i miei pensieri per scrivere questa recensione, personalmente non ho mai letto quel libro con l’intento di capire la società. Probabilmente ho compreso qualcosa della società come effetto collaterale della lettura, ma le ragioni per le quali continuo a rileggere il libro arrivano da un’altra parte.
Una di queste è che mi piace come parlano gli intervistati e mi piace immaginare le loro voci. Mi piace ascoltare l’allora ventottenne Nora Watson, di cui ho letto molte volte l’intervista. Appena dopo essere arrivata in quella che lei chiama “l’Istituzione”, per un lavoro d’ufficio di basso livello, Nora nota che “tutti, consciamente o no, organizzavano il proprio tempo: giocando a carte per tre ore durante la pausa pranzo, prendendo il sole, o passandolo in attività meno banali. Allora ho capito: ok, la strada che porta alla rovina è fare un buon lavoro. La cosa assurda e incredibile è che una volta che ho deciso di smetterla di fare un buon lavoro, tutti hanno riconosciuto in me un certo tipo di autorevolezza. Ora sto andando avanti come un fulmine”.
Mi piace immaginarmi Bruce Fletcher, la cui occupazione all’epoca dell’intervista era curare le rose nella serra di un vivaio. L’evento decisivo della sua esistenza ebbe luogo quando aveva tra i 7 e gli 11 anni e fu un concorrente di “Quiz Kids”, un quiz radiofonico generalista. Ciò gli diede un po’ di notorietà e un ego esasperato da cui non guarì più. Non riuscì mai a far quadrare il suo senso di superiorità con la sua posizione umile nella società. Aveva solo 39 anni, ma pensava già alla sua morte: “Sono diventato un vecchio afflitto già a un’età molto giovane. Ho cominciato a ingrigirmi a ventuno anni”.
Leggendo queste interviste, sono colto di sorpresa dalle metafore, dai lampi di poesia. Un saldatore di nome Phil Stallings descrive il suo lavoro alla catena di montaggio in una fabbrica di automobili: “Non si ferma mai. Continua, e continua, e continua. Scommetto che ci sta gente che è vissuta e c’è morta là, mai ha visto la fine della catena. E non la vedranno mai! Perché non ha fine, è come un serpente tutto corpo e senza coda. Ti può fare delle robe…”
C’è una nota a piè di pagina stupefacente nell’intervista di Terkel con un operatore socio-sanitario in cui un uomo descrive il corpo di suo padre dopo l’imbalsamazione: “il trattamento mi sconvolse. Desideravo vedere di nuovo le sue rughe. Io ho contribuito a quelle rughe…Quelle rughe erano parte di me, e non c’erano quel giorno. È come se si fossero portati via la mia vita”. L’uomo chiede allora all’addetto delle pompe funebri una spugna, del sapone e un contenitore di acqua calda e lava via il trucco.
Le descrizioni chiare e dirette delle routine di lavoro sono a modo loro evocative. Un manutentore descrive com’era riscaldare un condominio di Chicago in inverno: “Quando ho cominciato, nei primi anni ‘50, l'accensione era manuale. Dovevi prendere una pala, aprire la porta e buttarci il carbone. Dieci, quindici palate di carbone. Con buoni -18 gradi, questo bastava per un paio d’ore. Se c’erano tre, quattro o cinque caldaie nei palazzi, per tirare su un salario decente uno doveva girare continuamente dalle cinque e mezza di mattina fino alle dieci e trenta la sera”.
Alcuni lavori sono descritti come eccitanti, danno addirittura assuefazione: “Nel momento in cui monti su quel camion, l’adrenalina comincia a scorrere dentro”, dice Frank Decker, un camionista su lunghe distanze. “Se vai in cerca di un’emozione forte, non c'è paragone, nemmeno un aereo, rispetto a montare su un camion d’acciaio e metterti sull’autostrada Dan Ryan…Ci sono migliaia di auto e di camion e tu sei lì a scalare le marce come un matto, e freni e accelleri, e il pezzo tenta di muoversi col traffico e non travolgere tutti quegli stupidi pazzi che provano a ficcarcisi sotto”. Tuttavia le emozioni del lavoro sono anche sfiancanti fisicamente: “Ci sono un sacco di problemi di stomaco in questo lavoro, la tensione. Gente che non può mangiare niente…Un sacco di problemi di emorroidi, borsiti alla spalla sinistra a causa del finestrino aperto. E c’è la perdita dell’udito per via del rombo del motore”. Per non menzionare che “ti senti solo a non parlare con nessuno per quarantotto ore”.
Queste interviste mi colgono invariabilmente di sorpresa. Ci entro con la curiosità di un ragazzino a cui chiedono: “Cosa vuoi fare da grande?”, e ne riesco pieno di riflessioni sulle ingiustizie, la noia e il dolore, ma anche rincuorato dal perdurare di buone intenzioni e sensibilità emotiva. La realtà risulta più varia di quanto avessi immaginato. Più varia e più devastante.
Alle volte, da lettore moderno, mi viene da percepire la distanza temporale tra me e gli intervistati. Prendete Heather Lamb, operatrice telefonica, che deve costantemente districarsi tra i molti cavi, le luci, gli interruttori, i bip intermittenti che segnalano quante monete sono state inserite nel telefono a gettoni da chi chiama, le “carte IBM” compilate con una “matita speciale” e inserite in un computer antiquato, così come le richieste individuali di chi telefona.
L’inattualità del suo lavoro non potrebbe essere più evidente, ma a livello emotivo non percepisco la distanza di mezzo secolo quando Heather racconta della sua voglia di parlare con le persone all’altro capo del telefono, ovvero oltre le “sette o otto” frasi che le sono permesse: “Se ti scoprono a parlare con un cliente, è una nota a tuo sfavore. Uno non può fare a meno di voler parlare con loro se sono in difficoltà o non si sentono bene o cose del genere. Io sono molto tentata di dire “Insomma, cos’è che non va?”. Mi colpisce che ciò che viene negato all’operatrice telefonica è precisamente la soddisfazione che ricevo dal leggere Working. Lo prendo in mano di tanto in tanto, apro una pagina a caso, e mi sento più vicino alle persone. Spero che la traduzione faccia per i lettori e le lettrici italiane ciò che l’originale ha fatto per me,
Ringraziamo per il gentile contributo esterno Charlie N. Zaharoff, editor e traduttore.