- WorkingClassNewsletter
- Posts
- WorkingClassFest
WorkingClassFest
Newsletter 02/2025
Ciao, questa è la newsletter del WorkingClassFest.
Questo mese continuiamo ad approfondire la letteratura working class inglese, e vi presentiamo un’antologia di poesie del poeta Aaron Kent. Riprendiamo anche la rubrica Te lo racconto working class, in cui raccontiamo e analizziamo libri, film, opere o autric* cercando di evidenziarne la prospettiva working class, e stavolta parliamo del film Anora.
Buona lettura!

The Working Classic, opera del poeta inglese Aaron Kent licenziata da the87Press nel 2023, è un lavoro che si sviluppa in due direzioni estetiche polarizzate, così come polarizzate sono le energie che dominano la scrittura di Kent. La raccolta alterna brevi serie di poesie e prose liriche a delle interviste fittizie rilasciate dall’autore a dei giornalisti che lo interrogano sull’effettiva validità letteraria e sociale del suo lavoro. Insegnante di inglese, poeta già affermato e successivamente editore letterario per la sua casa editrice Broken Sleep Books, Kent non ha mai fatto segreto delle sue origini di classe. Ciò include anche il discutere apertamente l’esperienza di crescere in una situazione di marginalizzazione nell’Inghilterra post-thatcheriana - più di preciso in Cornovaglia - e la decisione di condurre il servizio militare appena diventato maggiorenne come unica opzione di fuga dalla povertà. Nel suo lavoro letterario Kent rielabora l’esperienza di classe pensandola come una realtà vissuta e tangibile nel corpo. La scrittura di Kent non si limita a raccontare una data serie di abitudini di vita, situazioni lavorative ed elaborazioni concettuali su di esse - per quanto faccia anche tutto questo - ma realizza una trasposizione plastica e multiforme degli aspetti più pragmatici, materiali e sofferti di questa stessa esperienza di vita. La lirica di Kent è energica, marcata da veloci sequenze di immagini e dall’uso di un verso libero ritmico e strutturato che all’improvviso assume di nuovo un tono colloquiale, come se il flusso del discorso andasse improvvisamente a cozzare contro una un’esclamazione che rimane impressa nella testa, piantata come un chiodo.
In The working Classic la luna, che è appena stata arrestata per aver partecipato ad una protesta pacifica, diventa un’amante carnale che aiuta Kent a distanziarsi dall’alienante rete sociale che ha intorno. Comportamenti disfunzionali - due persone che fanno sesso sugli attrezzi di una palestra infastidendo il titolare, il fratello del poeta che continua a rompersi una gamba costringendo quest’ultimo a lavorare per il sostentamento di entrambi - sono accostati alla percezione che la totalità delle cose diventi una condizione intima e fisiologica, un qualcosa che entra nel corpo. Così, i rumori del mondo esterno si insinuano violentemente nei vasi sanguigni tra orecchie e cervello dove strisciano avanti e indietro in Tra Tutti Noi come un Cerchio Ondeggiante (Between All of Us like a Wavy Halo Form) e un sorriso può rompere un naso in un buon raccolto (a fine harvest). Le interviste che separano le varie sezioni del testo presentano un immaginario molto diverso. Qui Kent dialoga con individui dagli atteggiamenti spesso aggressivi in scenari distorti, riferendosi alle poesie della sezione appena precedente come estratti di raccolte poetiche da poco pubblicate che avrebbero consolidato il suo status letterario. Questi intervistatori, invece di cercare di comprendere le motivazioni intellettuali e personali che dettano il carattere dell’opera di Kent, spesso lo insultano o mettono in dubbio l'effettivo valore del suo lavoro, richiamando soprattutto alle sue origini di classe. Gli intervistatori si irridono dell’accento distintamente working class del poeta, gli dànno del piagnone e - in una scena particolarmente surreale - un intervistatore si toglie la maschera per rivelare essere un cavallo dopo che Kent confessa la sua paura degli equini.
Nello spazio di queste sequenze di dialogo - le quali non sono prive di giocosa ironia - Kent sfoga una serie di frustrazioni legate alla difficoltà di inserire la propria voce letteraria nell’establishment culturale inglese. Tanto i testi lirici sono uno spazio di sfogo intimo quanto queste interviste esprimono l’esasperazione del dover convivere con una realtà, come quella del mondo letterario, nella quale è impossibile integrarsi. In una prosa lirica intitolata Quando la Vita si fa Dura mi Immagino di Essere Una Lumaca che Prova il Sollievo di Essere Schiacciata da uno Stivale, Kent dice: “La mia poesia si sforza troppo di rivelare quanto sono profondamente disgustato da me stesso in una maniera che mi risuoni come musica” (“My Poetry tries too hard to reveal the depth of my self-loathing in ways I can attune to music,” When things get tough I imagine I am a Snail experiencing the sweet relief of being crushed by a boot, 18). Nonostante il tono deprecatorio, il passaggio rivela quanto Kent abbia coscienza dell’energia della propria scrittura, nonché la volontà attiva di inquadrare la tensione lirica e la musicalità della sua espressione creativa nel confronto con il profondo senso di inadeguatezza generato dal proprio retaggio di classe in un mondo dove si è forzati nella condizione subalterna.
The Working Classic è un continuo sovrapporsi di tensioni polarizzate e sofferte: una dialettica del relazionarsi come corpo senziente e pensante con il mondo sociale e materiale dell’Inghilterra neoliberista. Kent come individuo, spesso colto nella ricerca di tranquillità spirituale e fisica, è contrapposto ad una fitta rete di relazioni sociali ed immagini che gli remano contro. Nello sviluppo dei testi lirici, questo sfogo emotivo è a sua volta contrapposto alla costante sensazione di non essere abbastanza. Le liriche che sono prodotte da questo secondo grado di contrasto sono infine contrapposte alle strutture classiste del mondo letterario, dove gli individui di retaggio popolare possono essere inclusi ma solo ai margini. La voce di Kent dà sfogo al vissuto vasto, contraddittorio, multiforme e sofferto di una persona che vede il mondo da una data prospettiva di classe e non tace nessun elemento di tale esperienza. Tramite una forma letteraria che ne ricalca le contraddizioni e le tensioni irrisolte, The Working Classic ha valore proprio nel rielaborare l’esperienza di classe non solo come resoconto di elementi autobiografici e di un retaggio culturale ma come traccia profonda e viscerale di un modo di costituire l’esperienza stessa della realtà. La categoria storica e sociale dell’appartenenza di classe diventa un consapevole principio esistenziale, irrigidito nella costante e quanto mai pragmatica presa di coscienza della propria marginalizzazione.
Per acquistarlo: link
Per conoscere meglio Aaron Kent: il suo sito

Anora, film del regista statunitense Sean Baker è un film di cui volevamo parlavi da tempo, dalla sua uscita lo scorso autunno. Da allora il film ha vinto la Palma d’Oro a Cannes, ha raggiunto una vasta popolarità internazionale ed è stato nominato per sei categorie agli Academy Awards, inclusa quella come migliore attrice per la sua protagonista, che dà anche il nome alla pellicola ed è interpretata da Mickey Madison.
Il film è un comedy-drama incentrato appunto su Anora, una ventitreenne che di professione fa la spogliarellista in un club di Manhattan. Come ben sappiamo, sex work is work, e work significa anche mangiare pasti portati da casa in Tupperware di plastica, fare chiacchiere con le colleghe, fingere interesse per vendere ai clienti il proprio prodotto e fare le pendolari sui mezzi pubblici, perché non ci si può permettere un alloggio vicino al posto di lavoro, se questo si trova al centro di uno dei mercati immobiliari più proibitivi del pianeta. Tutto questo è ben presente nel film, che racconta il lavoro di Anora fin dalle primissime scene come un lavoro qualsiasi, svuotato dell’eccitazione e della sensualità stereotipate che si trovano spesso nelle rappresentazioni del lavoro sessuale, e che appartengono di solito più allo sguardo del cliente che alla prospettiva della lavoratrice. Anticipiamo che nel corso del film Anora cambierà lavoro, e ricoprirà le job position prima di fidanzata e poi di moglie, anche in questo caso non fingendo amore o coinvolgimento romantico per lo spettatore, ma lasciando trasparire la consapevolezza emotiva di chi sa che in quelle condizioni il matrimonio è prima di tutto un contratto e che sa che, in quanto donna dal background working class e di famiglia migrante, deve scambiare la stabilità economica con servizi di cura, affetto, supporto e divertimento costante.
Ma facciamo un passo indietro: Anora viene da Brighton Beach, il sobborgo di Brooklyn abitato principalmente dalla comunità di migranti russofoni di New York. Anche la famiglia di Anora - che preferisce essere chiamata con il diminutivo americanizzato Ani - è russofona e lei parla un po’ di russo. Per questo motivo, durante una serata, il suo capo la “assegna” ad intrattenere Vanja, un giovanissimo miliardario russo, che parla a stento inglese ma che è pronto a spendere i molti soldi del padre, potente oligarca. Vanja e Ani si divertono, lui la invita nei giorni successivi a casa sua varie volte, fino a chiederle di essere la sua fidanzata per una settimana, pagandola 15.000 dollari. Ani accetta, e durante la loro vacanza nello sfrenato e pacchiano lusso di Las Vegas, i due ragazzi si sposano. Tornati a New York Ani passa le giornate tra sesso, playstation e cibo d’asporto nell’incredibile villa di Vanja, dopo aver lasciato spavalda il club e le sue colleghe, convinta e consapevole di aver trovato non l’amore ma la stabilità economica e la serenità necessarie a vivere il sogno americano. Purtroppo gli influenti genitori di Vanja non sono affatto entusiasti del matrimonio del figlio e non appena saputo si imbarcano su un aereo privato verso gli Stati Uniti. Nel frattempo però incaricano il loro faccendiere armeno T'oros di recuperare il ragazzo e annullare il matrimonio. Il compito non si rivelerà così facile, visto che l’infantile Vanja scappa in preda al panico all’idea di affrontare i suoi genitori, abbandonando moglie e scagnozzi e del padre, e costringendoli a cercarlo per tutto il giorno e tutta la notte.
T’oros è ad un battesimo quando riceve la chiamata di intervento immediato dal padre di Vanja, ma non c’è evento o famiglia che tenga quando il capo chiama e così si trova proiettato in una comica, estenuate, a tratti malinconica odissea tra le strade di Brighton Beach, in compagnia di Igor e Garnik - due collaboratori dal curriculum abbastanza fumoso - e di Anora stessa. La protagonista aveva di fatto da poco ricevuto una promozione importante, da stripper a moglie di miliardario e, come chiunque sia passato da un lavoro precario, stancante, sottopagato e senza assicurazione ad una posizione di totale comfort e stabilità economica, non ha nessuna intenzione di tornare indietro così facilmente.
Vanja verrà ritrovato ubriachissimo e incurante in un club, ma Ani non riuscirà mai a convincerlo a continuare il loro matrimonio: all’arrivo dei facoltosi genitori si apre la terza parte del film,quella che trascinerà una Ani, disillusa ed esplicitamente disprezzata dalla madre di Vanja per il suo lavoro, nei tribunali di New York prima e di Las Vegas poi, per chiedere e ottenere l’annullamento. I ricchi oligarchi scompaiono, con Vanja al seguito, e Ani rimane a Brooklyn, nella periferia in cui è cresciuta con la nonna migrante e nell'appartamento che divide con la sorella, nel quale la riaccompagna Igor.
A causa della natura del lavoro che svolge, il personaggio di Anora ha attirato su di sé molte delle riflessioni all’uscita del film, incentrate soprattutto sul dibattito intorno al lavoro sessuale e all’agency, ovvero la possibilità di azione e determinazione delle lavoratrici del settore. Ma la protagonista non è l’unico personaggio a lavorare, e a farlo in settori poco convenzionali o regolamentati. Il tratto in comune che tutti questi impieghi hanno, è l’essere rappresentati privi di ogni retorica stilistica esaltante.
Come il lavoro di spogliarellista di Anora viene svuotato di sensualità fin dall’inizio del film, anche il lavoro di gangster viene privato di ogni adrenalina, gusto per il pericolo ed eccitazione che possano essere stati presenti in tante rappresentazioni cinematografiche precedenti: tra comicità anche fisica, gag e telefonate disperate alla famiglia per promettere che non si mancherà di nuovo ad un importante evento di famiglia, è ben chiaro che nessuno dei membri del gruppo alla ricerca di Vanja ha davvero voglia o intenzione di essere lì, ma ci sono perché costretti dalla necessità economica che è invece sconosciuta alla ricca famiglia del fuggiasco. Seppure in una fase del film in cui la commedia è ancora predominante, il regista rende già ben chiaro chi può scappare, incurante delle conseguenze delle sue azioni perché protetto da una rete di privilegi, potere e risorse economiche e chi, semplicemente, non può.
Nel film seguiamo la loro storia, dalla loro prospettiva. Dal momento in cui il matrimonio tra Vanja e Anora arriva a conoscenza dei genitori di lui, infatti, il film è messo davanti ad una svolta ben precisa, con il fuggitivo Vanja, la sua potente famiglia e le sue avventure da ragazzino ricco per i club di New York da un lato e i suoi inseguitori dall’altro. Chi seguire? Sean Baker segue gli inseguitori, mostrando quella che per loro è una giornata - o meglio una nottata - lavorativa particolarmente stressante. Quello che emerge davvero dalla visione di Anora, non è certamente una storia d’amore alla Pretty Woman (grazie al cielo!), non è un focus esclusivo sul sex work, non è nemmeno solamente una rappresentazione della disuguaglianza e del divario tra classi: Anora è proprio un film sul lavoro. O meglio, tutti i punti elencati sono presenti nel film, ma nessuno ne è il senso finale, sono tutti strumentali alla rappresentazione della condizione di lavoratrici e lavoratori.
Anora è un film working class, ma non lo è solamente per la provenienza della sua protagonista. Anora è un film working class perché è un film sul lavoro, sui suoi limiti, sulle necessità economiche e le costrizioni che ne derivano, che siano queste dover essere carina e amichevole con dei clienti sempre e comunque, mancare importanti eventi di famiglia o doversi trascinare per tutta la notte in giro per Brighton Beach, per poi ritrovarsi al punto di partenza o quasi.