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WorkingClassFest
Newsletter 05/2024
Ciao, questa è la newsletter del WorkingClassFest.
Questo mese inauguriamo una rubrica molto interessante che parlerà di teatro working class, e in questo primo episodio in particolare di teatro working class inglese. Poi non ci allontaniamo molto dall’Inghilterra e vi raccontiamo di un film finlandese che abbiamo amato (e abbiamo anche un consiglio sulla sua colonna sonora). Infine, pubblichiamo la recensione del libro che abbiamo presentato insieme al suo curatore Lorenzo Teodonio.
Questo mese parliamo di:
Cassetta degli attrezzi, con Lorenzo Teodonio
Il subalterno nel teatro inglese: Misty di Arinzé Kene
Finlandia Working Class: Foglie al vento di Aki Kaurismäki
Per un atlante della memoria operaia
Cassetta degli attrezzi
Siamo contente e contenti di presentarvi la nuova puntata di Cassetta degli attrezzi, una serie di podcast dove andremo mano a mano, tramite interviste e approfondimenti, a trovare gli strumenti per conoscere meglio il mondo tramite le lenti Working Class.
In questa puntata dialoghiamo con Lorenzo Teodonio, curatore insieme a Mario Tronti di Per un atlante della memoria operaia, che ci è venuto a trovare il 4 maggio a Pescara, ospiti del Dopo Lavoro Ferroviario.
Il subalterno nel teatro inglese
Controllando con regolarità i cartelloni di quasi tutti i teatri londinesi - e della più parte delle città del Regno Unito - si nota che ai soggetti subalterni viene regolarmente riservato uno spazio culturale. Individui di estrazione popolare e/o appartenenti a minoranze etniche e di genere popolano il teatro inglese contemporaneo. La loro rappresentazione scenica è spesso associata ad una missione di integrazione sociale. Misty di Arinzé Kene mette sotto pressione questa narrativa. Lo spettacolo è una narrazione metateatrale. Uno scrittore e attore, indicato come Arinzé stesso, recita le bozze di un testo al quale sta lavorando. Il testo racconta la storia di un giovane uomo nero inglese proveniente da un background popolare che resta coinvolto in una rissa su di un autobus dopo essere stato provocato e strattonato da un ubriaco. Il giovane uomo, che poi si scoprirà essere Lucas un amico d’infanzia di Arinzé, va a trovare la sua compagnia quella notte stessa per poi scoprire che sua madre l’ha cacciato di casa e che è ricercato dalla polizia per l’omicidio dell’ubricaco con il quale si era scontrato. Lucas non ha un piano per nascondersi. Si limita ad andare a prendere sua sorella minore a scuola per portarla allo zoo, dove la polizia lo cattura stendendolo con un teaser. Nel cercare di raccontare la storia dell’amico, Arinzé rielabora una metafora sociale spesso usata dall’amico, che considera tutte le persone come globuli rossi o bianchi e Londra come un gigantesco sistema cardiaco. Arinzé inizialmente pensa che Lucas si identifichi come un virus, un soggetto inadeguato e dannoso. Tuttavia, con il progredire della storia di Lucas lo scrittore capisce che il vero virus è la gentrificazione che ha ristretto ogni spazio sociale e materiale disponibile alle comunità nere di estrazione popolare.
Alla drammatizzazione della storia di Lucas si alterna la storia di Arinzé stesso, il quale si trova in conflitto con diversi membri della sua comunità proprio per via del testo che sta scrivendo. I suoi amici Raymond e Donna, una coppia che ha appena avuto un figlio, lo accusano di scrivere uno “Spettacolo da Negri” (“Negro Play,” p11) che presenta ad un pubblico prevalentemente bianco una narrazione stereotipica sulla comunità nera. Sappiamo che Raymond lavora come cuoco e l’avversione della coppia a questo tipo di rappresentazione della comunità africane e caraibiche è connessa ad un desiderio di rispettabilità: anche quando vengono a sapere che la storia è accaduta veramente, ribadiscono che le comunità nere non dovrebbero essere rappresentate in questa maniera. Arinzé si scontra anche con il suo produttore, il quale non appare mai in scena ma è rappresentato da una voce fuori campo uguale a quella di Morgan Freeman. Il produttore lo incita a fare l’opposto: a concentrarsi sui dettagli più violenti e scabrosi della storia di Lucas, cosa che Arinzé non vuole fare perché percepisce come sua missione il raccontare una storia che faccia sentire persone come Lucas veramente rappresentate. Arinzé perde la sua compagna, una pittrice molto più inquadrata nel mondo medio borghese degli artisti professionisti, e riceve lettere da sua sorella nelle quali viene costantemente invitato a non trivializzare il trauma nero, ovvero la reiterazione di forme di violenza sistema esistenti dall’epoca coloniale.
Misty è in prima battuta uno spettacolo sull'identità etnica, come reiterato dalla prefazione all’edizione cartacea dove Kene spiega che lo spettacolo è nato dal domandarsi come si possa scrivere un dramma nero. Tuttavia, il testo pone l’antagonismo di classe come integrale all’atto di rappresentazione. Arinzé non riceve supporto dalla sua comunità. Il suo lavoro viene dismesso dalla sua ragazza di estrazione borghese, considerato offensivo dai suoi amici di classe lavoratrice ma inquadrati nel mondo del lavoro, e distorto da un produttore benestante che si materializza con la voce di un divo hollywoodiano (per quanto un divo holliwoodiano nero). Allo stesso tempo, l’autore (Sia Arinzé come personaggio che Kene come drammaturgo) mette in dubbio la funzione del suo lavoro: a cosa serve raccontare questa storia? Non ha forse il teatro una funzione produttiva, improntata a soddisfare un pubblico che è prevalentemente bianco e, soprattutto, di classe media?
Il testo è incentrato su Arinzé che appare quasi sempre in scena da solo e parla a delle voci fuori campo o da una bambina che occasionalmente appare in scena o con dei musicisti che appaiono dal vivo ma senza salire sul palco. Arinzé recita anche il personaggio di Lucas e, all’inizio dello spettacolo, lo vediamo nei panni di quest’ultimo, instaurando subito un’associazione tra i due. Il processo creativo dietro allo spettacolo viene messo sotto pressione fino a che la narrazione non diventa inconciliabile con i suoi mezzi di produzione scenica. Se Arinzé effettivamente racconta sia la storia di Lucas che l’apparato classista dietro all’industria teatrale, Misty rimane un testo che rifiuta un’integrazione nel discorso culturale perché cosciente che questa integrazione non ha un rapporto organico con una reale volontà di intervento nel tessuto classista e razzista della società. Arinzé chiude lo spettacolo con uno sfogo di rabbia rivolto ai suoi spettatori: “Se non gli piace questa mia merda di teatro,/La mia merda di teatro/ Possono succhiare il mio grosso nero cazzo drammatico.” (“If they don’t like my theatre shit,/Featre Shit/They can suck my big black theatre dick.” p.57). Il subalterno parla a teatro? Per dire cosa? Nel caso di Misty, il subalterno parla per identificare la sua posizione di stasi sul palco: un processo di costituzione della coscienza materiale che si proietta fuori dal teatro stesso, negli antagonismi di classe e nelle nuove forme di violenza coloniale.
Riferimento per testo: Arinzé Kene, “Misty” in Contemporary Plays by Black British Playwrights edited by Natalie Ibu, 1-57 (Londra: Nick Hern Books, 2021).
Finlandia Working Class
Una storia d’amore nel gelo di Helsinki, la solitudine rarefatta di due persone.

Di lei conosciamo il nome, Ansa, di lui solamente il cognome, Holappa. Lei è una commessa che lavora in un discount, che viene licenziata per aver rubato un alimento scaduto, dopo essere stata beccata da una guardia giurata. Lui è un manovale che lavora nei cantieri, che ha un forte problema di alcolismo e passa le sue giornate in compagnia del suo collega. Ed è proprio in quel raro momento di fuga dalla solitudine sociale che i due si incontrano, trovandosi in un locale di karaoke a sperare nell’eccezione. Dopo una serata al cinema a guardare un film di Jarmusch, lei scrive il suo numero di telefono su un foglietto di carta che volerà via per sbaglio dal portafoglio di Holappa.
Holappa tornerà ogni sera davanti al cinema nella speranza di ritrovarla, fumando sigarette in continuazione. Alla fine si ricongiungeranno ma l’alcolismo di lui, che dopo un infortunio sul lavoro verrà usato come leva per un suo licenziamento, e la storia personale di lei, figlia di un padre alcolista, tracceranno un finale incerto e amaro, non disegnato da un caso crudele, ma dalle certezze dei loro vuoti.
In Foglie al vento ci sono poche parole, ma i dettagli descrivono tutto. I vizi esasperati, le case spoglie e i locali fatiscenti, sono il contorno di una storia che parla di emarginati, della vita di due persone working class che perdono il lavoro e si ritrovano in uno spazio fuori dal mondo a ricordarsi che non è il fato il giudice severo, ma i problemi quotidiani che diventano asfittici nel momento in cui la vita e il lavoro ti crollano davanti.
Sullo sfondo, l’unica parte di contemporaneità è data dalle radio che parlano del conflitto russo-ucraino, di quella guerra fra poveri che preme insistentemente ai confini finlandesi.
Quarto film della quadrilogia del lavoro di Aki Kaurismaki, Foglie al vento ci racconta degli emarginati che ansimano alla ricerca di un lavoro e di una vita migliore, senza trascurare un’ironia pungente e momenti di grande delicatezza. Un film che si presenta meno “esplicito” nel messaggio rispetto ai capolavori di Ken Loach ma che esprime in maniera potente la contemporaneità delle classi subalterne.
Fun fact: Consigliatissimo l’ascolto di Syntynyt suruun ja puettu pettymyksin (Nata nel dolore, vestita di disillusione) delle Maustetytöt, perfetta colonna sonora del film. Tra l’altro il duo compare proprio all’interno di “Foglie al vento”.

Come descrivere un libro così? Come descrivere un libro che costruisce con così tante voci dei racconti, delle immagini sull’operaismo italiano e non solo? Perché il titolo non racconta tutto, non è solo l’operaio in sé, ma più il concetto politico di operaismo che pervade queste pagine e la realtà lavorativa dei nostri giorni, che si basa su delle lotte passate e spesso dimenticate.
Il termine Atlante racconta bene il desiderio dei curatori Mario Tronti e Lorenzo Teodonio di tradurre la polifonicità degli scrittori e delle scrittrici all’interno del libro in un racconto trasversale nel tempo e, in parte, ai soggetti. In questo mosaico di riferimenti, il riferimento che guida tutto il progetto è quello all'Atlante di Mnemosyne del critico d’arte Aby Warburg. Realizzando una grande raccolta di immagini, Warburg voleva restituire una continuità, una ricorrenza nei temi trattati dall’arte partendo dall’antichità fino alla sua contemporaneità. Tronti e Teodonio adottano questo sguardo e lo adattano ad una sezione specifica della memoria collettiva: la memoria operaia.
Venti scrittrici, scrittori, collettivi, studiose, giornalisti, recuperano e raccontano frammenti di storie, inchieste, immagini della lunga storia operaia italiana. L’intento non è celebrativo, né di musealizzazione, l’attenzione agli ultimi anni della storia di classe è alta, anche se in molti casi gonfia di amarezza e preoccupazione.
Alla teoria solida di Mario Tronti si affianca la ricomposizione della classe descritta da Marta Fana; nell’alfabeto realizzato dal collettivo MetalMente si alternano lotte sindacali, diritti, sconfitte; negli episodi raccontati da Massimo Zamboni a Reggio Emilia ci sono i ricordi lucidi e netti di cosa vuol dire materialmente conflitto di classe; ci sono gli esperimenti collettivi e multilinguaggio di Action30, nel tentativo di dare una forma all’incertezza che si affacciava nelle nuove forme di vita nei primi anni 2000. C’è la GKN raccontata da Prunetti, la storia operaia più sconvolgente degli ultimi anni (e forse di sempre, in Italia).
Ma soprattutto, mentre conserva e conferma alcuni punti fissi della memoria collettiva operaia, questa raccolta apre ed include in questa memoria nuove istanze, nuove esperienze di vita, nuove soggettività che sono sempre state presenti nella classe operaia, ma sono spesso state ai margini dei suoi racconti.
Abbiamo allora la formazione sportiva di bimba proletaria di Simona Baldanzi e la sua attenzione a riportare tanti dettagli della vita familiare operaia, col babbo deputato ad accompagnare lui la figlia quando si tratta di comprare cose di poco conto, la macchina da scrivere e le scarpe da pallavolista, perché per una figlia di operai la scrittura può essere solo un hobby, le urgenze sono altre. Ma c’è anche lo sfruttamento dei migranti africani in Calabria nel reportage di Angelo Ferracuti, di come il lavoro sia intersezionale e il potere soffochi di più quando al tema della classe si aggiungono tutti gli altri. La storia d’amore raccontata da Tino Di Cicco, un legame che nasce nell’entroterra abruzzese, un rapporto che si consolida tra la guerra, la fame e il lavoro che li accompagna fin dall’adolescenza.
Questa raccolta è un inizio di mappa della memoria, che per sua natura e necessità sarà una mappa mobile e dinamica. Vi lasciamo il sito creato dai due curatori, dove potrete trovare l’autobiografia di Mario Tronti, per ricordare una delle figure più importanti dell’Operaismo italiano.
