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WorkingClassFest
Newsletter 03/2024
Ciao, questa è la newsletter del WorkingClassFest.
Come nel mese scorso, proveremo a portarvi dei contenuti fatti da noi e qualche consiglio per degli articoli che ci sono particolarmente piaciuti. Ovviamente il tutto a tema working class. In questo mese vi presentiamo il nostro prossimo evento, poi vi commentiamo un classico del cinema working class, vi raccontiamo di una graphic novel e del lavoro di cura, infine vi lasciamo qualche spunto utile per la presentazione del libro che presenteremo il 16 Marzo: “La fabbrica dei sogni” di Valentina Baronti. Come ogni mese, fateci sapere cosa ne pensate
Questo mese parliamo di:
La fabbrica dei sogni
(Non) bastava chiedere!
Un film da vedere (o da rivedere)
Degli spunti interessanti
La fabbrica dei sogni
Siamo felici di potervi annunciare che il 16 Marzo alle 18.30 a Pescara ospitati dallo Scumm presenteremo insieme all’autrice Valentina Baronti il suo libro “La fabbrica dei sogni” e lo faremo in collaborazione con la casa editrice Edizioni Alegre. Vi lasciamo qui il link all’evento Facebook.

Valentina Baronti nasce in una famiglia di mezzadri e operai. Ha un passato da giornalista e ora si guadagna da vivere come impiegata nella pubblica amministrazione. Coltiva la sua mancata vocazione professionale collaborando con le testate indipendenti fiorentine Fuori Binario e La Città Invisibile. Sulla vincenda della Gkn ha realizzato, insieme a Camilla Lattanzi e Gianluca Masala, l'audio-documentario prodotto da Rai Radio Tre “Lo scherzo. Il caso Gkn, lotta operaia del terzo millennio”.
Sarà un appuntamento importante perché sarà uno degli eventi che anticipa il Festival della letteratura Working Class di Campi Bisenzio (qui il programma) organizzato da Edizioni Alegre, Arci Firenze, il Collettivo di fabbrica Gkn e la SOMS Insorgiamo! , con la direzione artistica di Alberto Prunetti.
Per l’occasione avremo anche un banchetto di libri della collana Working Class di Edizioni Alegre, potremo prenderci qualcosa da bere al bar dello Scumm e continuare un percorso che stiamo provando a fare tuttx insieme.

Istruzioni su lavoro riproduttivo, carico mentale
Bastava chiedere! 10 storie di femminismo quotidiano è una graphic novel dell’autrice e attivista francese Emma Clit, uscita in Italia per Laterza nel 2020, raccogliendo le strisce che Emma pubblicava sul suo blog dal 2016.
Ne abbiamo parlato sui nostri profili social l’8 marzo scorso, perché Bastava chiedere! è un’introduzione, completa ma accessibile a tutt3, a concetti come lavoro riproduttivo, carico mentale, benessere emotivo e lavoro di cura (e la sua esternalizzazione).
Tutti questi concetti non possono prescindere dal riconoscimento del nodo che lega stretti capitalismo e patriarcato, ognuno dipendente e indispensabile all’altro. È grazie al lavoro riproduttivo non riconosciuto e non retribuito - cioè quello domestico e di cura - storicamente assegnato ai soggetti femminili, che il capitalismo può permettersi di impiegare lavoratori per 8-10 ore al giorno, garantendo la creazione di plusvalore ai loro datori di lavoro; allo stesso tempo, è anche grazie anche alla dipendenza economica di moltissime donne, derivante dal non riconoscimento del lavoro riproduttivo che svolgono quotidianamente, che il patriarcato continua a prosperare.

Nel corso del Novecento, le ragazze e le donne sono state introdotte a narrazioni apparentemente di rottura con lo stereotipo della figura femminile proposta negli immaginari tradizionali e religiosi, ma che, anche se superavano o discutevano alcuni alcuni aspetti dell’oppressione di genere, in realtà si inserivano perfettamente nel paradigma capitalista e patriarcale.
La narrazione dell’emancipazione femminile della donna in carriera degli anni ‘80, l’empowerment che passa esclusivamente attraverso il lavoro stipendiato e/o il consumismo di lusso degli anni ‘90, la girlboss culture degli anni 2010: tutte queste narrazioni collegano il valore, l’indipendenza e l’autorevolezza di una donna alla sua capacità di generare profitto e di emergere individualmente come capo accentratore di potere diseguale (il maschile è intenzionale).
Per anni, da un lato si è fatto credere alle ragazze che l’unico modo per affermare la loro identità al di fuori della famiglia e degli stereotipi oppressivi potesse essere l’ingresso e la scalata individualista nel mercato del lavoro, mentre dall’altro, i governi non attuavano (al contrario, depotenziavano) né politiche sociali di supporto alla genitorialità, né approcci culturali più egualitari sulla divisione del lavoro di cura all’interno delle coppie eterosessuali, né tanto meno riforme del lavoro che permettessero un maggior equilibrio vita-lavoro, indipendentemente dal genere - prima fra tutte, la riduzione dell’orario lavorativo a parità di retribuzione. Nel frattempo, la pressione culturale esercitata dagli stereotipi più tradizionali non è affatto decaduta, anzi, sta vivendo una rimonta importante, grazie all’ascesa delle destre conservatrici.
Quello che Bastava chiedere! racconta chiaramente, è che in assenza di soluzioni di supporto condivise, sociali, comunitarie, tutto il problema del lavoro non riconosciuto (lavoro domestico, lavoro di cura, gestione del carico mentale da esso derivato, gestione del lavoro emotivo) ricade sui singoli, anzi sulle singole, così come le sue possibili “soluzioni”. Questo carico viene ancora assorbito quasi interamente dalle donne, che si trovano quindi nella condizione di svolgere due lavori, di cui uno non retribuito e non regolamentato. Anche in questo caso, non si prescinde dalla disponibilità di mezzi economici: chi può pagare altre figure - domestiche, donne delle pulizie, badanti, babysitter, tate, servizi di delivery - di fatto esternalizza questi lavori a soggetti - spesso ad altre donne - in condizioni di svantaggio economico maggiore e quindi disposte ad accettare salari più bassi e condizioni più incerte, spesso informali (queste ultime dovute anche proprio dalla natura non riconosciuta di “lavoro” al lavoro domestico e di cura) in una gara al ribasso delle condizioni lavorative e salariali, oltre che sociali.
Con ironia e chiarezza, Emma mette in luce questi e molti altri assetti che reggono la nostra quotidianità e la sua organizzazione, indagandoli e astraendoli per mettere a fuoco le strutture sottostanti, i tanti pezzi che intersecano genere, classe, educazione, capitale, lavoro, perché la lotta di classe non può prescindere da un approccio transfemminista e la lotta per l’uguaglianza di genere non può ignorare la prospettiva di classe.
Emma Clit Blog: https://emmaclit.com/
Emma Clit Blog English: https://english.emmaclit.com/
Un film da vedere (o rivedere)

“Con il mio film sono stati polemici tutti, sindacalisti, studenti di sinistra, intellettuali, dirigenti comunisti, maoisti. Ciascuno avrebbe voluto un’opera che sostenesse le proprie ragioni: invece questo è un film sulla classe operaia.”
Elio Petri, 1972
Lulù Massa , 31 anni, è un operaio che lavora nella stessa fabbrica da 15 anni con due famiglie da mantenere, due intossicazioni da vernice e un'ulcera. E' per definizione uno stacanovista sul lavoro e sostenitore del lavoro a cottimo grazie al quale, lavorando a ritmi infernali, riesce a concedersi alcuni beni materiali come l'automobile.
Poiché la direzione usa la sua efficienza per giustificare le richieste di una maggiore produzione, non piace ai suoi colleghi. Lulù non si preoccupa né dei sindacalisti che chiedono salari più alti e orari di lavoro ridotti, né degli studenti fuori dai cancelli della fabbrica che chiedono ai lavoratori di insorgere contro i proprietari delle fabbriche per combattere le politiche di sfruttamento e ricatto imposte dai padroni.
Tutto cambia però quando il nostro protagonista perde un dito in un incidente sul lavoro: da quel momento inizia per lui una durissima reazione a catena che lo porterà piano piano a perdere lavoro, famiglia e infine, il lume della ragione.
La classe operaia va in paradiso è un film che nasce dall’eccellente combinazione delle inquadrature esperte del regista Petri, l’interpretazione nervosa di un fantastico Gian Maria Volontè e le musiche martellanti di Ennio Morricone. Si inserisce inoltre come il secondo capitolo di una vera e propria trilogia denominata “trilogia della nevrosi” (tra indagine di un cittadino al di sopra di ogni sospetto, 1970 e la proprietà non è più un furto, 1973) che ha avuto come principale obiettivo quello di denunciare e smascherare i tre pilastri della società borghese post-boom economico: Potere, Lavoro e Denaro.
E’ un film che a detta dello stesso Petri ha la voglia e la capacità di stare “dalla parte della classe operaia”, cercando di portare alla luce non solo le massacranti condizioni di lavoro di una normale fabbrica in quegli anni ma anche e soprattutto l’illusione della felicità compiuta attraverso la televisione, le disquisizioni calcistiche e il ricorso ad un consumismo tanto inutile quanto consolatorio, che fa della vita di Lulù uno specchio quanto mai fedele dell’alienazione che milioni di italiani hanno vissuto in quegli anni.
Nonostante siano passati più di 50 anni dalla sua uscita, in alcune sue parti questo film rimane a nostro parere tanto drammatico quanto attuale. In un'epoca dove seppur con problematiche e dinamiche diverse, ci sembra troppo spesso di rivivere nelle stesse contraddizioni e alienazioni di Lulù, come ad esempio il ricatto indiretto che subiamo ogni volta che ci propongono contratti a termine con la consueta frase "per adesso vediamo come va..." , o al consumismo sfrenato in cui siamo sempre più dipendenti e assuefatti.
Plot twist: Sapevate che Petri presenta un sottilissimo cameo di Ennio Morricone, premiato peraltro con la Palma d'oro al Festival di Cannes del 1972 per la colonna sonora? Riuscite a riconoscerlo?

Per prepararci alla presentazione della prossima settimana non possiamo non lasciarvi alcune recensioni interessanti del libro “La fabbrica dei sogni” di Valentina Baronti. Ovviamente qui e qui potete leggere un nostro commento, già pubblicato sui nostri canali social.
Vi lasciamo anche un’intensa recensione che potete trovare su carmillaonline a questo link e una sua intervista per Altraeconomia che potrete leggere qui.
Ci vediamo sabato!